Archivio | ottobre 2015

Olio, l’Oro di Puglia e non solo..

http://www.olioofficina.it/saperi/economia/olivagione-2015-nel-basso-lazio.htm

Amici, con piacere condivido un interessante articolo del Dott. Donato Galeone riguardante le olive e l’olio a noi tanto caro.

Agrotecnico,  nato a Leporano,  in provincia di Taranto, Donato Galeone è residente nel Lazio. Ha ricoperto diversi incarichi dirigenziali nel mondo sindacale, agricolo e del lavoro, ricoprendo anche incarichi presso diversi enti pubblici. Attualmente è coordinatore tecnico dell’Organizzazione Produttori Le Badie – Lazio. Vi invito alla lettura cliccando il link posto in alto.

Dott. Donato Galeone

Dott. Donato Galeone

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Corbezzoli!!!!

Corbezzoli: foto dal web

Corbezzoli: foto dal web

Russili: corbezzoli

Russili: corbezzoli

Amici cannaruti, sto preparando una conversazione radiofonica sugli antichi sapori e i frutti perduti, sarò ospite della trasmissione di Anna Stella Ventruti, sulle frequenze di Radio Puglia, mercoledi prossimo….

Un piccolo assaggino per voi in esclusiva!

Li Rùssili
In realtà questi frutti antichi e in via di estinzione si chiamano CORBEZZOLI, sono frutti prodotti da un albero o arbusto sempreverde originario dell’Irlanda e dei paesi che si affacciano sul mediterraneo, che può raggiungere i 9-10 metri di altezza, ma che più comunemente rimane di dimensioni intorno ai 4-5 metri. Ha corteccia grigio-marrone, che si sfoglia; le foglie sono oblunghe-lanceolate, dentate, verde scuro e lucide, simili a quelle dell’oleandro. A fine estate produce innumerevoli fiorellini bianchi, in alcune varietà soffusi di rosso o di verde, a forma di campana; nello stesso periodo maturano i frutti, che quindi impiegano quasi un anno intero per maturare, la particolarità del corbezzolo consiste nel fatto che sulla stessa pianta si possono trovare frutti maturi e fiori contemporaneamente. I frutti sono tondeggianti, giallo-rossi, dolci, con scorza leggermente rugosa, quando sono maturi tendono a cadere dall’albero.
( Libero adattamento dal Web)
Questo frutto che è diventato assai raro, cresceva e forse cresce ancora nella zona selvosa di Martina Franca… a volte, quando ci si recava nella bella cittadina dalle belle chiese barocche, per la fiera di San Martino, per un invito a nozze essendoci in quella zone molti Resort dove si tengono i ricevimenti nuziali… oppure perché in quella città all’occorrenza si andava da un famoso oculista… o per altre innumerevoli occasioni, al ritorno, mio padre pregato e supplicato caldamente da noi, si fermava ai bordi della strada e noi ci addentravamo quel tanto per raccogliere qualche fiorellino o nella speranza, di trovare Li Russili… sì sì, perché questo era il nome dialettale con il quale si chiamavano questi frutti…
Mio padre ci sollecitava ad uscire subito perché nella sua mente gli risuonava quel vecchi detto”A ci passa ti lu boscu ti Martina e no’ è pigghjatu, Musulinu o è malatu o è carcerato”… Musulino era un brigante che viveva imboscato….sì sì…si dice imboscato perché chi non voleva essere trovato si nascondeva nel folto di un bosco… così come facevano i briganti nostrani. (Giuseppe Musolino era un brigante nato in Aspromonte ma che si spingeva fino nelle nostre zone per sfuggire alla cattura).
Io conservo un vago ricordo di questi meravigliosi frutti un po’ asprigni… e lo stupore di trovarvi qualche albero a portata di mano e saccheggiare
“ qualche francata” di questi meravigliosi frutti, non mi abbandona ancora.

Questa voce è stata pubblicata il ottobre 12, 2015, in varie. 7 commenti

I doni della terra madre

Zucca

Zucca

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Foto dal Web

Foto dal Web

foto dal web

foto dal web

I miei vicini generosissimi e gentili mi omaggiano spesso dei prodotti della loro generosa terra…oggi ho avuto una zucca grandissima..ancora non l’ho pesata..ma ne basta per cuocere un’ottima pasta o un favoloso risotto per un intero esercito. Giorni fa morivo dalla voglia di zucca perchè avevo visto delle meravigliose zucche a forma di bottiglia…quella che ho avuto io non ha una forma perfetta… ma deve appartenere a quella varietà! Che fa che non è bella, l’importante è che sia buona!

Vendemmia di ricordi

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Mi chiedo sempre più spesso a chi lascerò in eredità il colore dei ricordi, il sapore di un grano duro che dava un pane inimitabile.

A chi lasciare i suoni cadenzati dei torchi nei palmenti, che propiziavano la spremitura del primitivo.

A chi parlare dei silenzi della magica Controra, quando lo scalpiccìo di teneri passi intenti al gioco, rompevano il guscio dell’ora pomeridiana, consegnata al silenzio, per consentire un breve riposo alle madri.

Suoni, profumi e silenzi che restano avvolti in una sorta di nube, che a tratti si apre e lascia intravvedere qualche vivido spaccato di vita di un tempo che già chiamiamo RICORDO.

C’è alcunché di sacro nel rievocare, per esempio, il tempo della vendemmia, quando, in una famiglia su due si “entrava” quel tanto di uva per ricavare il vino necessario al fabbisogno familiare.

Per tutti i bimbi del rione ciò rappresentava una ghiotta ed attesa occasione.

Quando giungevano i carri (traìni) con i tini colmi di uva nera, proveniente dalle terre della Baronìa, di San Giovanni o dalle proprietà dei Montefusco, i ragazzini accorrevano come chiamati da un impercettibile richiamo. Ognuno sperava di sottrarre qualche grappolo, mentre la massa d’uva veniva rovesciata all’interno dei palmenti (paramiènti) dove, aiutati da pale e forconi, i contadini spingevano i grappoli dabbasso, verso grandi vasche di cemento, per essere pigiati.

Come calano i passeri al tempo della mietitura sui campi di grano, così accorrevano i monelli scalzi, a rubare grappoli già intrisi di mosto.

A qualcuno più fortunato capitava qualche raro grappolo di uva Regina, raccolto da qualche ceppo che il contadino usava disseminare qua e là, tra i filari del primitivo.

Io e le mie sorelle, guardavamo dalla soglia della nostra abitazione, con un pizzico di invidia quei bambini ed il loro succulento bottino.

A noi, non era permesso prendere parte a quelle innocenti rapine, per quel tanto di educazione che ci era stata trasmessa in famiglia.

Attaccata alla nostra casa, sorgeva la casa dei Moscatelli ricca di figli e proprietari terrieri.

Tramite questa indimenticabile famiglia ho respirato il profumo del mosto, ho gustato i ceci ancora teneri e verdi, ho mangiato mandorle ancora bianche e lattiginose che queste gentili persone donavano a noi, figlie di un arsenalotto.

Il ricordo di questa famiglia si veste di sincera riconoscenza e la ingigantisce nelle proiezioni dell’anima.

A chi lascerò in eredità i colori, i suoni, i profumi e i sapori della mia infanzia? I tocchi della campana della “vintiunora” (l’ora nona del Cristo morente) alle tre pomeridiane, e più tardi al crepuscolo, i profumi delle teglie e delle pignatte di legumi che uscivano dai forni?

Ricordo che nella tarda primavera, invece, tutti si raccoglievano davanti alle proprie case, o nei cortili odorosi di zagare, per sbucciare le fave essiccate, battendo con una piccola pietra la fava stretta fra le dita, su di una “chianca”, ovvero una lastra di selce, tenuta sulle ginocchia o su di una vecchia sedia di paglia.

Gli adulti lo sapevano fare in una maniera magistrale, ma ahimè, i bimbi ci rimediavano sempre un colpo sulle dita, ogni volta che si chiedeva la loro collaborazione, dietro l’allettante promessa di trascorrere al mare il giorno di Santa Maria.[1]

Lunga sarebbe ancora la meditata esplorazione del passato e il tentato recupero d’un tempo reale vissuto come un’avventura, nel preciso contesto ambientale e territoriale di una terra del Sud.

Di una memoria divenuta ineffabile oasi dello spirito, quando avanza il passo inesorabile del progresso ,il quale, non si fa in tempo a chiamarlo con l’ultimo nome conosciuto e già se ne coniano dei nuovi.

Intanto, col trascorrere degli anni, spianarono il Colle Sant’Elia, lussureggiante di erbe officinali, dalla cui altura, da bambina, scambiavo per l’Eden la verde vallata del mio paese.

Abbatterono gli ulivi centenari, e gran parte dei vigneti cedettero all’avanzare del cemento armato.

Poi l’affronto delle ciminiere tutt’intorno segnò l’inizio di un assedio inarrestabile.

Ma di questo si è già parlato abbastanza.

[1] Il giorno di Santa Maria, l’odierno Ferragosto, si trascorreva con la famiglia l’intera giornata al mare in località Cimino

Questa voce è stata pubblicata il ottobre 10, 2015, in varie. 2 commenti

60 anni di Parrocato di Don Pierino Galeone

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don pierino, don domenico e i vigili del paese

don pierino, don domenico e i vigili del paese

                            

 2012-04-19 FESTA-trimintiti li mai di don pierino e don giuseppe!!

Se Padre Pio è con Te

chi sarà contro di Te

Padre mio?

Chi ti strapperà dall’Amor Suo?

Forse la persecuzione,

Forse il potere,

Forse l’invidia ?

Le forze del male su Te

non prevarranno

e dal Gigante del Gargano

non Ti strapperanno.

Sono stese sul Tuo capo

le Sue braccia crocifisse.

Sono l’egida potente

che su Te traccia un’ellisse.

Tu sei figlio prediletto

fatto segno del Suo affetto,

Tu sei il figlio tanto amato

d’ogni grazia ricolmato.

Dei segreti del Suo cuore

hai attinto a piene mani

che poi sempre  riversavi

su coloro che più amavi.

Del Tuo cuore generoso

conosciamo la misura,

della bella anima santa

conosciamo la statura.

Non temere, Don Pierino

Padre Pio è a te vicino,

chi su Te alzerà la mano

se ti veglia il Santo del Gargano?

Lunga vita di celesti favori

invochiamo per Te nei nostri cuori,

e Padre Pio dall’alto ci ha sorriso

perché ci aspetta tutti quanti in Paradiso.

Ed a fianco di San Pietro si è piazzato

fin che l’ultimo dei suoi figli non sia entrato,

ma io Gli ho detto “ Padre, aspetta un momentino,

devo fare gli auguri a Don Pierino.!!!

Teatro da Camera a Grottaglie

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Fotopietra di Ciro De Vincentis

Fotopietra di Ciro De Vincentis

Si è inaugurato Domenica scorsa, 4 Ottobre, il nuovo Studio D’Arte di Daniele Galeone, Artista a tutto tondo, che opera nella città delle ceramiche, la bella e amata Grottaglie, in via Giusti n° 5.

Data non scelta a caso, ma ponderata e soppesata sulla stadera dell’anima.

Per l’occasione, infatti, Daniele ha confezionato per gli amici e gli estimatori una performance teatrale dal titolo “Dialogo D’Amore” con le voci narranti di Maria Bradasso, Anna Venza e Francesca Quaranta e delle stesso Galeone, accompagnati alla chitarra dal musicista Francesco Mariella, facenti parte della Piccola Compagnia teatrale “ Padre Corcione”.

I contenuti della piece teatrale sono quelli sempre cari al Nostro, ovvero i temi della Salvaguardia dell’ambiente, della Giustizia e del bene comune, dell’Uguaglianza e della Fraternità.

Francesco D’ Assisi, Francesco De Geronimo, e Papa Francesco, con le loro titaniche presenze hanno permeato tutto il racconto, che si è snodato tra citazioni, riflessioni e canti tratti dalla tradizione popolare, a cui, in una afflato perfetto si è unito anche il pubblico presente, creando un’interazione e un’atmosfera di gradevole intesa spirituale.

Gli interventi augurali e di apprezzamento del Prof. Mimmo Annicchiarico, docente  al Liceo Moscati e quello dell’assessore alla Cultura, Maria Pia Ettorre, hanno posto il sigillo ad una serata culturale svolta all’insegna del messaggio evangelico, come sarebbe piaciuto al poverello d’Assisi.

Il vento tra i melograni

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Melograno a stella di A. Mariani

Melograno a stella di A. Mariani

Il vento nel giardino dei melograni
si alzò lieve, smosse le foglie
di un verde smeraldo,
le solleticò, ed esse risero danzando,
rese le guance dei melograni
di un rosso carminio
come chi arrossisce per amore.
Per un lungo momento li sedusse
e li fecondò di succo asprigno…
colmò i calici del desiderio
per la sete di labbra
vittime dell’arsura di agosto.
Passò tra i muri scorticati
scherzando con i gatti dei cortili.
Poi, come richiamato ad altra impresa, si allontanò,
non senza aver lasciato me con la bocca colma di stupore.
Ero ritornata bambina come allora,
come quando i miei occhi videro la prima volta
un giardino dell’Eden sulla terra,
dove danzavano, lieti. i melograni.