Archivio | marzo 2015

Chiancaredde e cime ti rape

1236219_575862549138694_357777931_n[1] acciughe in scatolaacciughe salate2010-01-21 cimedirape-cimedirape 011

CHIANCAREDDE E CIMI TI RAPE

E ccè puteva mancà ‘stu piattu intr’a quistu quaternu ti li sapori antichi?
Era nnu piattu ca si faceva sulu lu ‘nviernu, ka li rape crèsciunu sulu ti nviernu, e vòlunu puru lu friddu, ca ci nqualche ‘nviernu faci nna sittimana di sciroccu si uaştunu puru sobbra alla chianta e facinu subbitu la cannedda e lu fiuru giallu!
Li chiancaredde e cimi ti rape sontu tanta famose ca lu sapunu ‘ntra tuttu lu munnu ca ete nnu piattu ca vene ti la Puglia bedda nostra.
Ti li rape si ccogghjnu li cimi cimi e si llavunu buene.
Quannu si ston’a còcinu li chiancaredde, si ménunu li cimi ti li rape intr’alla stessa acqua e si fàcinu còcere insieme. Po si scòlunu e si ccònzunu cu ll’olliu forte, nna spica d’agghja e qualche sarda salata.
(Mi ricordu ca questa sarda salata cuștava nnu saccu ti soldi e si sce ccattava alla putèa, e ti la mittevunu ntra nnu fogliu ti carta doppia e pesante e si la pajavunu comu li sarde!)
Si puteva mettere puru nnu diavulicchiu asckuante e nna francata ti pane crattatu ca si bbrustuleva e dava nnu sapore speciale alla pasta.

Màma, quannu no puteva fa li chiancaredde, ccattava nna pasta ca si chiamava “Dischi volanti” ca sumigghjavunu alli chiancaredde… ma nonc’era la stessa cosa!

Annunci

Quarèmma

Il Termine secondo alcuni, è la contrazione dialettale da Quaremma e Quaresima, mentre secondo alcuni storici locali si tratta di un “francesismo” (di cui il dialetto salentino è pieno) derivante appunto dal francese Caremerer che significa “osservare la quaresima” e Careme che si traduce con “quaresima, quaresimale”, assimilato verso il XVI sec., durante la presenza delle truppe francesi nel Salento.

Nella tradizione popolare, la CAREMMA, rappresentava la mamma del Carnevale morto nel giorno di “Martedì grasso” e veniva appesa sui terrazzi delle case o sui pali ai crocicchi delle strade il “Mercoledì delle ceneri” a ricordare l’inizio della Quaresima.

La Caremma serviva a ricordare ai cristiani che la Chiesa stava vivendo un periodo di penitenza e di lutto, per cui le feste, le baldorie e gli eccessi del Carnevale dovevano essere eliminati e si dovevano affrontare giorni di digiuno, di sacrificio e di astinenza dalla carne. Era inoltre un rudimentale calendario per mezzo del quale si teneva il conto delle settimane prima di Pasqua.

Era vestita di nero in segno di lutto. In una mano, teneva il fuso e la lana da filare, quali simboli della laboriosità del tempo e della vita che trascorre. Il tempo della penitenza e dell’astinenza veniva rappresentato e scandito dalle sette piume di gallina (una per ogni settimana della quaresima) conficcate in un’arancia (o una patata) attaccata all’altra mano.In alcuni paesi della Grecìa salentina invece dell’arancia la caremma aveva sette taralli).

Di queste piume, se ne toglieva una per settimana sino al Sabato Santo, giorno in cui la stessa Caremma veniva o strappata, o data alle fiamme in segno di purificazione e dell’inizio di una nuova stagione di vita, dopo il suono delle campane che annunciavano la Risurrezione del Cristo.

FOTO E TESTO DAL WEB

quaremma

La festa di San Giuseppe nei paesi tarantini

10947817_715835575201160_1815292278_n

Nei paesi del tarantino, in alcuni paesi, nell’approssimarsi la festa liturgica di San Giuseppe, castissimo Sposo di Maria e Padre putativo di Gesù, si svolgono significative manifestazioni a margine della Festa Religiosa, con le sante messe affollatissime, con la processione del simulacro del santo che “visita” benedicente, alcune strade del paese. A Monteparano e a San Marzano, si usa allestire le “mattre”…altarini riccamente imbanditi con piatti tipici, il numero delle pietanze devono essere 15, sulle quali predominano alcune spezie come il pepe, il garofano e la cannella.  Il  tutto esposto con armonia, eleganza e gran gusto. Si potranno ammirare in questi giorni vere e proprie installazioni artistiche… si tirano fuori le più belle tovaglie, si intronizza il santo su bianche scalinate coperte di teli di raso lucente..dove predomina il colore giallo e marroncino… quasi ad imitare i colori dell’abito e del manto di San Giuseppe, come ce lo rimanda l’iconografia del santo in innumerevoli “figurine”.

“Ogni anno il 18 sera e tutta la giornata del 19 marzo i devoti di Monteparano aprono le loro porte a quanti vorranno visitare i loro impegni devozionali. Il 18 marzo sera è possibile “assaggiare” alcune delle tipiche pietanze accompagnate da un buon bicchiere di vino.”  da una postazione all’altra,  da una famiglia all’altra, si forma un flusso interminabile di visitatori, le viuzze strette dilatano le loro pareti di calce per accogliere fedeli e curiosi, attratti dalla poesia di queste esposizioni.

Conservando fino alla fine l’installazione, i titolari devoti non lasciano mai andar via nessuno senza offrire una pagnotta di pane benedetta, un tarallino, un dolcetto tenuti da parte per essere donati a coloro che verranno a visitare.

Hanno iniziato per tempo a preparare queste delizie… per giorni e giorni hanno impastato kg di fresca farina, per farne pane, pasta, orecchiette, tagliolini( massa) cavatelli, “friciddati” e “pizzicarieddi”.

Le donne hanno implorato giorni di sole affinchè la pasta si asciugasse bene… l’hanno stesa sui freschi “cannicci” e sulle ampie spianatoie perché non fosse deteriorata dall’umidità! ECCO LE 15 PIETANZE: 1. arance condite con garofano, cannella e pepe; 2- insalata verde condita con olio ed aceto; 3- cavolfiore lesso ed aromatizzato con spezie ed olio della massa; 4- ceci lessi conditi con olio della massa e spezie; 5- fagioli lessi conditi con olio della massa e spezie; 6- fave lesse condite con olio della massa, spezie ed una acciuga; 7- lampascioni al sugo; 8- baccalà al sugo; 8- baccalà al sugo; 9- frittura di cavolfiori; 10- frittura di baccalà; 11- frittura di lampascioni; 12- massa con olio a base di cipolla e prezzemolo e cozze; 13- vermicelli con olio e cozze; 14- riso con olio e cozze; 15- ziti con pane tostato e miele; 16- carteddate.

Una tradizione questa che si perde nella notte dei tempi..risale forse ad almeno duecento anni addietro, ed è ammirevole vedere l’impegno che viene profuso…  è la devozione al santo falegname che le muove…che le benedice e le ricolma di consolazione, le esorta a continuare con gioia la tradizione dei padri.

*Foto di Cosimo Baldaro e Giuseppe Santovito.

10359546_10200283643050482_6896778180433330975_n10422517_10200283646770575_5837229511769680486_n10634051_10200283663170985_7728092145643938330_ofoto di Giuseppe Santovito

pasta di san giuseppele donne fanno la pasta di san giuseppela pasta

Germogli di grano 2

IMG_052610847313_10205734322188153_9011614192295547497_o - Copia

Anche quest’anno ho fatto fare ai miei bambini della caritas parrocchiale le ciotoline di grano. In verità il grano non l’ho trovato.

Quello che si trova in commercio per uso culinario viene sottoposto a trattamenti che lo rendono incapace di germogliare, o almeno credo..posso anche sbagliarmi…

Oggi sono piena di meraviglia perchè il mio blog ha avuto un numero ESORBITANTE di visite..cercando alla voce ” Germogli per il sepolcro”

Le ciotoline di quest’anno sono state fatte con le sole lenticchie e qualche fagiolo…ciononostante il risultato è sorprendente—

Questo pomeriggio ho fatto esporre i germogli sulla finestra della nostra stanza, quella che solitamente occupo io per far fare delle attività pseudo-artistiche ai piccoli, quando hanno già fatto i compiti e resta loro del tempo per fare altro, per parlare loro della sintesi clorofilliana… forte del detto che giocando si impara, cioè si fanno delle piccole lezioni di scienze senza darlo a vedere ai bambini..

Ah! un numero esorbitante dicevo…picco

429 visiteeeeee!!!  e il mio rammarico ha superato il picco delle visite, perchè nessuno dei naviganti ha lasciato un piccolo commento..un segno, un grazie, un sorriso. Poco male mi dico, ma non mi basta per consolarmi.

IMG_0523

Mia madre non sa

stadere

 
Mia madre si muove in moto circolare,

con occhi laser

mi scandaglia di soppiatto

fino alle radici del cuore.

Mia madre ha occhi di verbena

che fiorisce in conche di cemento.

Mi soppesa su stadere di silenzio,

mi solleva come fronda,

mi misura in altezza e in profondità.

Lei non sa

che mi scorre nelle vene

un torrente  di Poesia.

 

Panzerotti con le rape

che bellipanzerotti e cime di rape2

Domenica sera ho fatto dei panzerotti favolosi…un’idea che mi è balzata nella testa, così bizzarra da diventare una novità assoluta in fatto di panzerotti.

I panzerotti con le cime di rape.

L’impasto è quello solito della farina di semola, alla quale si aggiunge il lievito di birra, sciolto nella fontanella con l’acqua tiepida e un pizzico di sale,,,lasciar lievitare la pasta coperta con un canovaccio pulito e una copertina di lana almeno per 2 ore, o in luogo caldo come nei pressi di un caminetto….trascorso questo tempo si formano delle palline di pasta dalla grandezza di un’arancia, si stende come la tagliatella,,,si inserisce all’interno di questo cerchio prosciutto sminuzzato, mozzarella o Galbani affettato e sminuzzato, salsa di pomodoro, e in questo caso,delle cimette di rape precedentemente stufate e fatte scolare bene…si richiude il fagottino ottenuto premendo bene sui bordi e si taglia con la rotella dentellata la classica mezza luna che solitamente hanno i nostri panzerotti…Io li ho fritti in olio di semi  di girasole caldo ma non caldissimo, altrimenti i panzerotti si avvampano esternamente e rimangono crudi all’interno…Provare per credere!

Un consiglio: fate scolare bene le cimette di rape,e munitevi di un bel bavaglione, altrimenti  la leccornia sgocciolerà tutto il succo sulla vostra camicia…

Marzo

1488973_10205978246314234_3827200806744511251_n

Marzo

Ecco, s’avanza l’indizio inconfutabile.

Eccolo che si tuffa sui prati;

rotola gioioso per i morbidi pendii ;

dondola su un mandorlo di pesco

soffia sulle corolle del sicomoro.

Ecco il pazzarello,

un adagio che gli sta proprio a pennello.

Sorride, ed il sole riscalda più forte.

S’imbroncia e vien giù acqua dal monte

Dal piano, par ch’egli tenga per mano

Il fertile pianto che consola le zolle.

A  Pasone questo cielo radioso

è più terso che altrove:

le genziane e i rosmarini

strizzano complici i loro occhi turchini

e tutte le erbe fanno girotondo  intorno alla natura

che danza leggiadra

come al dolce suono di un “Adagio” di Albinoni.

18 marzo 1985

1488973_10205978246314234_3827200806744511251_n