I miei appunti, i miei ricordi

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Oggi le tine (in dialetto i TINI si pronunciano al femminile) sono di plastica ma in passato erano di legno molto pesanti successivamente lasciarono il posto a quelle di ferro non meno leggere. Un piccolo cuscino imbottito detto “muschiera” serviva ad attutire il peso della tina portata a spalla.
In quei tempi, l’uva veniva depositata in contenitori fatti di giunchi e canne “Le Cofane”,
Ogni “cofanu” conteneva circa 50 chili di uva e ogni botte circa 10 quintali.

La figura del “cufanatore” era mitica. Sollevava pesi impensabili e prendeva due giornate per la mole di lavoro svolto.
Lu cuf’natore aveva anche il compito di svuotare i secchi delle vendemmiatrici.

La mula o il cavallo, che sostavano quasi a livello della strada, intrattenuti abilmente dal traviniere con la Bisaccia attaccata ai guarnamenti che si mettevano davanti al muso dell’animale..in questa capiente sacca c’era del foraggio e così la mula o il cavallo ruminando e assaporando la biada intratteneva senza problemi.

Le donne si alzavano la mattina prima dell’alba… si giungeva nella vigna (partita) che le foglie erano ancora roride di brina… si bagnavano ai primi filari… poi man mano il sole riscaldava sempre di più e le donne si “alleggerivano” dei loro indumenti… di tutto quello che le aveva riparate dall’umidità della mattina.

Le donne potevano scegliersi qualche acino appassito, per fare, l’indomani, le pucce con l’uva passa… si mettevavo il grembiule con tasche capienti. E lì si metteva anche qualche cosa da mettere sotto i denti quando le assaliva il morso della fame. Non potevano farsi vedere dal Padrone, perchè l’operazione di togliere i chicchi appassiti distraeva dal lavoro retribuito… e le donne non avanzavano col gruppo…si “rrinnèvunu rètu”…e il padrone brontolava… e se le segnalava quelle che non Rendevano… per una successiva vendemmia non le avrebbe più prese a giornata.
Avevano però diritto a riempirsi il secchio di uva per portarla a casa. Loro sapevano bene che potevano farlo e si lasciavano dietro qualche grappolo speciale… poi a termine della vendemmia andavano a ritroso, con grande capacità di ricerca andavano a trovare quei due o tre grappoli che avevano riservato per sé.
Non era possibile fare uno spuntino a metà giornata…ma quasi sempre durante la vendemmia si incontrava qualche albero di fichi, di pere, di prunelle… e li, pur avendo le mani appiccicose del succo d’uva, strofinando i frutti nei loro grembiuli, se ne cibavano avidamente.

Mio padre aveva una piccola costruzione di pochi metri quadrati, comunemente chiamate Torri, le quali sono molto diffuse nelle nostre campagne e servivano a dare riparo al contadino e alle bestie, qualora venissero colti da un temporale improvviso, oppure per dare riparo alla calura insopportabile dei mesi estivi…
Molte terre dei nostri paesi sono dotati di pozzi, sono pozzi di acqua sorgiva che si scavavano con appositi escavatori, si andava in profondità fino a trovare una falda acquifera… ora come si costruivano i pozzi non lo so, ma so che mio padre aveva questo favoloso pozzo dove si attingeva dell’acqua sempre fresca a pulita…
Ora è impensabile bere l’acqua di un pozzo…tutte le proibizioni di questo mondo lo vietano… ora serva solo a innaffiare alcune particolari piantagioni che richiedono acqua, come legumi, ortaggi, fave, zucchina, peperoni ed altre colture, lavarsi le mani… dissetare il cane… e neanche più cavalli, che non se ne trovano più, né cavalli, né mule e nè asini…
Finita la vendemmia le donne si toglievano gli ampi fazzoletti che custodivano le loro trecce, si ravvivavano un po’ i capelli, si lavavano con l’acqua del pozzo e stanche, felici, sorridenti, tornavano alle loro famiglie, soddisfatte del loro sudato guadagno… scambiandosi battute tra di loro, raccontandosi storie, cantando e facendo previsioni per un domani carico di sogni ancora in divenire….

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3 thoughts on “I miei appunti, i miei ricordi

  1. fotografie stupende l’atmosfera creata nel racconto riporta indietro negli anni e ti fa immergere nella realtà contadina pura e semplice e nello stesso tempo dura e caparbia ….e come vivere il loro lavoro in una dimensione mai persa nel tempo ogni foto e ogni parola del racconto è vita ….vita contadina che rimarrà per sempre ……ottimo lavoro ….saporidelsalento.

  2. Ho potuto ascoltare con immenso piacere la splendida trasmissione di stamattina. Quando il Prof. Carone è in forma (sempre) il tempo scorre e si è già alla fine! Una serie di meravigliose poesie declamate da par loro sia dall’autrice, la nostra bravissima Anna, che dal conduttore. Poesie in tema con la giornata. Non sono mancate simpaticissime telefonate che hanno arricchito la trasmissione con autentiche pennellate di colore come la signora che ha precisato la differenza tra la sacchetta della biada legata al collo del mulo e la visazza. Toccanti le parole della poetessa ricordando la figura dell’anziano padre con una tenerezza d’altri tempi (quando il padre si chiamava “lu tata e gli si rivolgeva col “ssignuria”). La bella paginetta sulla vendemmia e i suoi risvolti completano il quadro a meraviglia. Insomma Anna non finisce di stupirci e di emozionarci.

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