Li panarieddi

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Panarieddu di Vizzarropanarieddu Vizzarro

 

Negli anni passati quando mi trovavo a passare da Via Corsica, all’altezza della casa di Paskalina para-para, molte volte mi imbattevo nella figura di Cosimu Savinu, nell’atto di intrecciare panarieddi di tutte le misure. Non che Cosimu fosse un cestaio di professione, lui amava intrecciare cestini per puro diletto. Ed era particolarmente bravo nell’intrecciare canne e “vinchicieddi” ovvero Verghe tenere e duttili per poter realizzare il fondo e la parte superiore dei cestini. Accanto a sé aveva qualche semplice arnese come coltello, punteruolo,un piccolo seghetto e fasci di canne finemente tagliate tutte di una misura, come se le avesse misurate ad una ad una.
Qualche volta entrando nella casa della mia amica Palma vedevo sui mobili della cucina, in bella mostra tutta una serie di panarieddi piccoli, grandi e di altre misure, tutti messi in esposizione come suppellettili preziosi.
Questi semplici contenitori erano di grande utilità dovendo trasportare frutta deperibile, oppure quando si andava a funghi, quando il contadino doveva portare a casa qualche grappolo d’uva.

I frutti si depositavano nel paniere con molta delicatezza e così, respirando dalle feritoie, restavano freschi fino all’arrivo a casa.
Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione. Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti.
Per fortuna però, dalle nostre latitudini si può ancora ammirare la certosina arte dei cestai. Durante la festa patronale dell’anno scorso ho avuto il piacere di vederne uno che si è lasciato fotografare volentieri, e lì, nel suo sguardo, ho potuto cogliere un lampo d’amore di questi artigiani in via di estinzione, verso le cose belle, umili e semplici, della nostra civiltà contadina.

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