Archivio | giugno 9, 2014

l’ammisso di fave

Sì, certo, da un’altra parte del salento questa cosa si chiamerà con un altro nome ma dalle partii mie, ovvero San Giorgio Sotto Taranto, come si diceva una volta, si diceva l’ammisso di fave, forse l'”ammissu”, giacchè molte parole dialettali terminano con la “U”. Allora vi racconto: le suocere di una volta per scandagliare la natura della nuora, ovvero per verificare se era sprecona o molto oculata nell’economia famigliare, sorvegliava l’ammissu delle fave e/o dei legumi per il fabbisogno della famiglia. L’ammisso, insomma era la misura giusta da mettere a bagno nella ciotola e doveva essere giusta, senza eccedenze… doveva poter restare tutta nella pignata che poi si portava al forno o doveva essere posta nel “fucalire” a cuocere lentamente durante le sere d’inverno. Oggi ho fatto anche io la prova dell’ammisso. Come mi era stato detto dall’amico Antonio, ho riempito la pentola di fave secche fino alla metà giusta della pancia della pignata. Poi le ho messe in ammollo per le 12 ore come da tradizione, e, dopo averle lavate ripetutamente, finché l’acqua non usciva limpida e pura, l’ho rimesse nella pignata… ecco cosa ne è venuto fuori… Ebbene sì, non sarei stata una buona donna parsimoniosa e oculata… avrei fatto fallire la famiglia!
IMG_6659IMG_6661IMG_6662IMG_6663

Annunci