Archivio | giugno 5, 2014

festa patronale… i disegni premiati

http://www.giornalearmonia.it/concorso-grafico-pittorico-della-festa-patronale-di-san-giorgio-2014/

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Sugli sposi, il corredo, il pranzo…

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Quando ci si sposava, qualche giorno prima si esponeva la dote agli sguardi dei vicini, dei parenti, delle amiche. Si allestiva un baldacchino e si metteva in bella mostra tutte le lenzuola, gli asciugamani, i copriletti, il pentolame, ecc. ecc. Per l’occasione si usava dire: un corredo a pann’a dieci, a pann’a otto, ecc. per significare che la sposa o lo sposo portava in dote dieci lenzuola, dieci coperte, dieci servizi di piatti, ecc. Era in uso, anche una strana usanza, detta “ti la zita scinnuta” cioè di quella ragazza che veniva rapita contro la sua volontà o si faceva rapire con suo stesso consenso per farsi sposare nel caso vi fossero difficoltà economiche in famiglia oppure per “forzare la mano” ai familiari qualora non ci si sentiva accettati. Alla fuga o al rapimento quasi sempre, a denti stretti, seguiva il matrimonio riparatore. La sposa non indossava l’abito bianco degno della purezza, ma un tailleur quasi sempre chiaro e il rito non avveniva nella chiesa grande, all’altare centrale, ma al riparo di sguardi curiosi, in sacrestia o in qualche cappella secondaria.
Il “ Pranzo” di nozze si teneva a casa dello sposo.
Per l’occasione si chiamava un cuoco professionista che si occupava di preparare il pranzo nuziale, costituito da: verdure in brodo di carne di maiale (minestra verde), orecchiette e cannelloni.
Con involtini di carne di vitello o di cavallo, polpette e carne di agnellone a pezzi si preparava il ragù per condire la pasta che doveva necessariamente essere cosparsa di formaggio pecorino paesano; le carni al sugo e l’agnello con le patate cotto al forno erano le ambite portate del “secondo” perché erano piuttosto rari i piatti a base di pesce, specie nei paesi. Carciofi, lampascioni (tuberi selvatici amarognoli) e cavolfiori fritti; verdure crude, tra le quali, sedani finocchi, ravanelli e quant’altro venivano serviti ai commensali invitati per meglio gustare le portate principali. Seguivano noci, nocciole e mandorle,lupini e castagne secche; biscotti di ogni genere (castagnette, paste ricce di mandorle, amaretti, friselline e angioletti) erano la degna conclusione del lauto pranzo di nozze, il tutto innaffiato con vini locali e rosolio fatto in casa, con le essenze.

Era usanza, per i novelli sposi , rispettare un periodo di “dolce clausura” di circa 7 giorni,
( il viaggio di nozze era ancora una chimera) durante i quali erano fatti segno di affettuose premure da parte dei familiari che li fornivano discretamente di ogni genere di “comforts”.
Trascorsi otto giorni facevano la loro prima uscita pubblica recandosi a pranzo dai genitori di “lui” o di “lei”. Nel corredo, infatti, era previsto “L’abito o il Tailleur dell’ottavo giorno”, con il quale gli sposi affrontavano gli sguardi curiosi, ma benevoli di tutto il parentado.

La Domenica successiva alle nozze si recavano presso uno Studio Fotografico , con abiti, accessori ed eventuali…damigelle, per sottoporsi al magico rito della Fotografia