La tana della volpe…

la tana della volpe1 copia (2)

Pagine di pietra.

Pietre che parlavano, pietre che narravano una storia, mille storie, storie custodite per secoli, scolpite su pagine di pietra: ecco cosa andavo scoprendo, come se voltassi le pagine di un libro, abbandonato e dimenticato per lunghi anni su uno scaffale pieno di polvere di tempo, e ritrovato come libro fatato che ad ogni passo ci donava una magica pozione dei suoi incantati luoghi. Quante cose affascinanti mi narrava questo libro, quante notizie inedite celavano le sue bellissime pagine!

“Ecco, la tana della volpe!” disse ad un tratto la mia guida. Scorgemmo un piccolo passaggio nella roccia di una trentina di centimetri appena. Quel passaggio era lì da sempre, ma lo scoprivo solo ora, con lo stupore di chi fa una scoperta preziosa.

“Qui dentro si rifugiavano le volpi per sfuggire ai cacciatori.” continuò la guida.

Si, perché nelle tagghjate si sono avvicendati molti passi di uomini, con vari intendimenti, con vari scopi. Vi è passato il cacciatore, il padre di famiglia che andava a raccogliere le verdure per essere accompagnate ai semplici piatti di una volta. Si odono ancora oggi i passi felpati delle greggi che vengono a pascolare, greggi e pastori (massari) provenienti anche dai paesi vicini come Faggiano, Roccaforzata, Monteparano, così come facevano una volta e la memoria ricorda.
Una volta venivano i meno abbienti a raccogliere capperi che crescevano rigogliosi, abbarbicati e pendenti dai costoni, talvolta ripidissimi, delle tagghjate; veniva la povera gente ad approvvigionarsi di fichi, prodotti generosamente da alberi secolari che ancora oggi ho potuto ammirare, stupita da tanta resistenza al tempo e alle intemperie e da tanta abbondanza di frutti. Venivano a raccogliere calaprìci, una specie di pere selvatiche buone da mangiare, specialmente per quanti avevano numerose bocche da sfamare con il solo sudore di una sola fronte!
In estate, oltre a prendere fichi, si veniva nelle tagghjate perché lontani da fonti di inquinamento e a cercare “cuzzieddj”, una specie di lumache (povere) che crescevano sugli arbusti secchi e spinosi;
chi li veniva a cercare sapeva distinguerli dal colore del guscio: quelli “fimminìli” col guscio rosato e quelli “masculìni” con le striature grigio scuro. Le più gustose, con la carne soda e compatta, erano quelle col guscio rosato, le “fimminìli”. Inoltre, nelle tagghjate, crescevano preziosi rigogliosi cespugli di “ficatìgni”, dalle grandi e spinose Pale gravide di frutti variamente colorati e dai diversificati sapori.

La mia giuda chiamava tutte le erbe che vedeva per il loro nome, e spesso mi anticipava ciò che avremmo visto: “Ecco, c’è ancora il vecchio albero di carrube, ne abbiamo mangiate tante, come se fossero di cioccolata!”
Il secolare albero di carrubo era lì da sempre, depredato gioiosamente dai ragazzi che si avventuravano nelle tagghjate. Erano gustosi i frutti del carrubo, che nel nostro idioma si chiamano ancora còrnele, e data la grande fame che aveva lasciato l’ultima guerra mondiale, le còrnele rappresentavano una vera e propria leccornia per gli stomaci vuoti. I ragazzi se ne riempivano le tasche da portare a casa ai fratellini minori, ai quali era vietato severamente partecipare alle scorribande festose nelle tagghjate:
la terra che produce instancabilmente, che produce nonostante l’abbandono dei suoi figli ingrati!

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