Lu presepiu chiù bellu

il presepe di una volta

Ce é vistu pi la casa, ier matina,
stava n’agitazione, na muìna,
amu spustatu puru nu cascittone
cu facimu lu prisepiu a nu cantone.

Sobbra a do’ tripieti amu zinpatu
nu cannizzu vecchju e gnuricatu.
“Tanta l’am’a cucciare- ha dittu mama,-
no stè chjù tiempu, l’am’a fa’ sta sittimana”

Cu do’ cippuni, beddi sistimati,
si faceva la crotta, li casoddi e puru li strati,
cu do’ pupazzi ca mo chiàmunu “statuine”
e cu na serie di deci lampatine.

Lu cielu stillatu di carta ‘nargentata
e la stella cometa sobbra sobbra ‘ppizzutata.
A postu d’onore stava lu pastore
cu doi, tre, quattru, cincu picuredde,
la fèmmena cu la minzana vicinu allu puzzu
e lu firraru cu lu martidduzzu.

Li tre Re Maggi sobbr’allu cammellu
si facèvunu caminare bellu bellu,
pi sce’ ‘rrivare ti la Bifania
quera ca tutti li feste si porta via.

La Mirra, L’Argentu e l’Oru finu
purtàvunu in regalu allu Mamminu
e vineva puru lu massaru cu l’agnellu ‘mbrazzi
e lu villanu cu do’ favarazzi.

E ti l’Ancilu cu li vrazzi apierti
mo mi ni scurdava,
quiru ca purtava na striscia alli mani
‘ddò stava scrittu cu lettere d’argentu:
“Sia pace in terra e allu firmamentu”:

‘ddò stava scrittu cu lettere di oru
“sia pace in terra a tutti li cristiani,
ma sulu a quiri ti bona volontà”
ca tènunu ‘ntra llu core la bontà,
ca tènunu ‘ntra lu piettu tant’amore
ca quiru é lu Prisepiu ti nostru Signore,

Ca ete lu core ti l’omu lu liettu predilettu
di lu Mamminu Santu e Benedettu

Anna Marinelli

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12 thoughts on “Lu presepiu chiù bellu

  1. Ciao Carissima Anna, il tuo blog è bellissimo mi dispiace di non comprendere tutto il tuo dialetto ma, ti leggo ugualmente. Adesso devo spegnere, il pc è troppo lento e gli occhi mi danno fastidio. Un grande abbraccio e saluti a casa

  2. La storia di Babbo Natale, stante una tradizione, germoglia secoli fa in Turchia, in una sconosciuta isoletta, dal nome che in italiano dovrebbe risuonare Jemelar.
    Vi nacque San Nicola, la cui icona ebbe la magnifica trasfigurazione nei paesi nordeuropei e poi nel nuovo mondo (migrazione), donde sarebbe approdata in quelli mediterranei e qui del tutto omologata nella nuova veste, il vecchio imbacuccato di rosso, dalla folta e bianca barba, addirittura scindendola dall’originale, insomma, come se fossero distinte.
    Furono i mercanti baresi ad importarlo in Europa, dove sarebbe divenuto patrono della Russia e della Grecia e sarebbe stato onorato in Inghilterra; da Myra, nel 1087, n’avevano traslato le spoglie nella loro città.
    La sua ricorrenza è vicinissima alle solennità natalizie ed è dunque sinonimo di Santa Claus (Nicolaus), ovvero, il Babbo Natale che apre le festività, arrivando a bordo di una slitta trainata da renne, distribuendo i balocchi.
    Per inciso, un simile risvolto c’è stato nella devozione per la santa siciliana Lucia (Siracusa 283), considerata la vera avanguardia natalizia in alcune contrade nordiche, vedi Veneto (le cui spoglie sono immeritatamente custodite a Venezia) ed Emilia, anche Lei portatrice di doni prenatalizi.
    Nella buia Svezia, viepiù, i riti per la sua ricorrenza si riallacciano al culto pagano in adorazione dei raggi solari, metafora della martire che sacrificò la luce degli occhi e poi la propria vita alla fede.
    Fra le tante, è una prova d’antropologia culturale che vede l’Europa uniformatasi contro quei riflussi di strategia politica che vanterebbero incolmabili diversità nel continente.
    Il percorso popolare da S. Nicola a Santa Claus e Babbo Natale è stato lungo, contorto ed artificioso, quello che ha condotto alla Befana*, invece, avrebbe mantenuto l’originaria scenografia; i Re Magi, che offrono i loro tangibili omaggi al Bambinello in esposizione (Epifania*) all’interno di una stalla, rimangono inalterati da duemila anni, almeno in tropologia essenziale.
    La Befana, infatti, è l’allegoria della vecchia società, nei suoi nobili e multietnici precetti, ma che s’inchina alle giovani generazioni, anche le più umili, alle quali dovrà consegnare il testimone del mutamento sociale, dell’inalienabile progresso.
    Un terzo personaggio, che niente ha delle più rassicuranti tradizioni nostrane, è il Pipistrello, ovvero la reificazione di Halloween, che da anni s’affanna ad associarsi ai primi due, magari scalzandoli nella distribuzione dei doni.
    Un figuro mascherato, complici i media d’oltreoceano, verso i quali la piaggeria non è mai mancata, che incitano i ragazzi ad estremizzare via via le manifestazioni, vedi misfatti, vandalismi, rapine, stupri e delitti, a partire dalle divertenti iconografie della paura e dell’horror.
    Una pratica che trova fin nelle scuole materne e primarie, col compiacimento delle famiglie e l’indulgenza istituzionale, il seme della sua evoluzione.
    Sono stato testimone di una notte di Halloween, quando alcuni giovinastri mascherati si sono divertiti a ribaltare un’auto in sosta sotto le mie finestre.
    Il crocefisso dalle aule non si tocca, ma il pipistrello può svolazzargli attorno, indisturbato.

    * Epifania – Befana
    Epifania dal lat EPIPHANIA, a sua volta dal gr EPHIPHANEIA apparizione, sostantivato da EPIPHANES visibile e questo aggettivato dal verbo EPIFHANO apparisco.
    Befana è la restrizione di (E)PIPHAN(I)A con la lenizione settentrionale della P in B, quindi BIFANA e più tardi attestatasi in BEFANA

  3. Carissimo Amico Ferruccio, riprendo queste tue considerazioni finali con tutto il loro carico di dissenso perché condivido pienamente il loro contenuto…anche io sono stata “Vittima” di ragazzacci che hanno imbrattato la facciata e i balconi di casa lanciando uova…in segno di FESTA!

    ” Una pratica che trova fin nelle scuole materne e primarie, col compiacimento delle famiglie e l’indulgenza istituzionale, il seme della sua evoluzione.
    Sono stato testimone di una notte di Halloween, quando alcuni giovinastri mascherati si sono divertiti a ribaltare un’auto in sosta sotto le mie finestre.
    Il crocefisso dalle aule non si tocca, ma il pipistrello può svolazzargli attorno, indisturbato”.

  4. Da quando è stata pubblicata questa foto ha “catturato” la mia attenzione. Il presepe più bello è proprio questa foto, così semplice e così piena di “pathos” nella sua immobile fissità.
    La cartelletta similpelle sotto il tavolino, la pergamena incorniciata che incombe sul presepe, il contenuto misterioso dell’armadio a muro.
    E infine i tre undicenni bellissimi e tanto lontani nel tempo, quasi statuine un poco più grandi e “fuori” dal presepe, ognuno con una originale espressione del corpo e del viso: oggi potrebbero essere miei coetanei, tra i sessanta e i settanta.
    Non si vedono sorrisi così da almeno quarant’anni, dall’avvento del consumismo e della fotografia a colori. Questo presepe è bello come un bel libro.

  5. …”ma sulu a quiri ti bona volontà”…
    …Ca ete lu core ti l’omu lu liettu predilettu
    di lu Mamminu Santu e Benedettu…

    Il Bambinello predilige soltanto gli uomini “di buona volontà”!!!
    Tutta la giustizia che manca nel mondo è condensata in questi versi innocenti.
    Vedi quanto mi piace la poesia.

  6. Pino Pantile

    15:03 (2 minuti fa)

    a saporidelsalento
    Un tempo lontano dalle moderne tecnologie elettroniche di oggi, le varie ricorrenze, sacre e profane, venivano seguite da ognuno di noi con molta curiosità ed attenzione, anche se possibilità finanziarie erano molto ristrette, ci si accontentava. A tal proposito voglio parlare del Natale e in special modo del Presepe, una tradizione che stanno cercando di eliminare, perchè dicono che offende le altre religioni. È come se io volessi impedire che non si faccia il Ramadan perchè a me piace mangiare. Chiusa parentesi.
    Gli anni di cui io parlo, sono gli anni 50, 60, e 70; ricordo che con i primi di novembre subito dopo i defunti, in casa mia si incominciava la costruzione del Presepe, per farlo si rubava un grosso angolo della sala da pranzo, e li iniziava l’allestimento, che comportava l’uso di tanta carta straccia inzuppata in acqua, dove era stata sciolta l’argilla, che andavamo a procurarci a Porta Napoli dove ora scende il cavalcavia di Taranto rione Tamburi. Si perchè questa storia si svolgeva a Taranto, anche se scrivo da Genova, ormai esule dalla mia città natia da oltre 40 anni. Poi si usava cercare pezzi di legno strani, o rami d’ulivo piuttosto contorti, le nostre pietre vive con il loro terriccio rosso, e tante (farfugghie), trucioli e segatura che mettavamo a bagno nell’acqua colorata di verde, per fare il prato, al posto del muschio che costava caro. I colori erano tutte terre, di varie tinte che si facevano con l’acqua e si compravano in ferramenta. Le spese erano minime, anche perchè si recuperava tutto dall’anno precedente, e poi i miei zii operai specializzati dell’Arsenale di TA, erano in grado di riprodurre tutto quello che serviva, persino il cielo stellato che fungeva da sfondo, lo facevano su carta e poi dipingevano le stelline dorate sul blù turchese.
    Una volta fatta la struttura, messe le lucine, e dipinto il tutto con i vari colori, quando il tutto era ben asciutto, si adornava il presepe con le statuine di carta pesta, provenienti da un laboratorio di Gallipoli, dove li lavoravano famosi Maestri di cartapesta.
    Ricordo che la capanna di Gesù Bambino, era sempre al centro del Presepe, e poi nelle varie nicchie e grotte che facevamo, c’erano le varie rappresentazioni.
    Una cosa importante che non doveva mai mancare, erano le statue della Natività, la Gloria degli angioletti sulla capanna, la stella cometa, la statuina del Guardastelle, che era un omino con lo sguardo rivolto al cielo, il mendicante che chiede l’elemosina con la mano tesa, e un lupo con inbocca un agnellino.
    Queste erano le immagini che non dovevano mai mancare, poi ogni anno se ne acquistavano di nuove.
    A Santa Cecilia, il Presepe era terminato e si apriva a tutti, in quell’occasione, mia nonna con mia madre facevano le pettole che offrivano a tutti quelli che venivano a vedere il nuovo Presepe. Ma per noi bambini il bello era quando venivano i zampognari che suonavano le novevene d’avanti al Presepe, e poi si fermavano da noi a pranzare, allora noi facevamo sgonfiare le zampogne per sentire i suoni.
    Un particolare che mi sovviene è quello della cornice di tutto il Presepe, che esternamente era fatto di rami di pino e alloro,dove appendevano mandarini, arance e collane di noci e nocciole e tante salsicce ascquante.
    Questo era il Presepe, ma poi c’era l’attesa del Santo Natale e del suo pranzo, alla vigilia siccome era di magro, si mangiava tutto a base di pesce e frutti di mare, mentre per il 25 si faceva la festa alla pulla (tacchino) che avevamo ingrassato nel giardino, ma chissà come in quei giorni spariva e la mamma diceva che forse lo avevano rubato, ma poi il 25 appariva per magia in una grossa tiella con le patate e tacchino che arrivava dal forno a legna, dove portavamo a far cuocere il pane.
    Un’altro rito era la settimana prima di Natale, quello della preparazione dei Sanachiudere e delle Carteddate, si perchè mia mamma essendo tarantina faceva le Sanachiudere, ma poi faceva anche le Carteddate con miele e vino cotto per mio padre che era salentino di Santa Maria di Leuca.
    Ma Sanachiudere o Purcedduzzi? Carteddate o Cartellate?
    Questi sono i miei ricordi di gioventù, che mi sono rimasti indelebili nella mente,e che ora seguendo il blog di Anna Marinelli si ripresentano forti.
    Un caro saluto a chi mi legge da un nostalgico salentino tarantino.

  7. Carissimo Pino, non sai che piacere mi ha fatto questo tuo Intervento, non oso chiamarlo Commento, perchè questo tuo è uno spaccato di vita che è tuo ma appartiene a tutti noi di una certa età, come affermava Pietro 5 anni fa. Il Mio blog sarebbe uno spazio aperto a tutti coloro che amano ritrovare tracce del proprio passato, ma si sa, i naviganti passano, leggono in fretta e vanno via senza lasciare traccia alcuna. ma tu oggi mi hai ripagata di tutto, di tanto e di questo ti ringrazio infinitamente. Buon Avvento, amico mio.

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