Il debito della Vita

mamma

Oggi, 30 Novembre 1997, primo giorno d’Avvento, un Avvento che sento lontano; sono lontana da me mille anni luce, sono lontana dal varcare la soglia del terzo millennio, chiusa come sono in un bozzolo di nebbia interiore e d’ombra esteriore.
30 Novembre, come suona lungo e greve questo giorno, l’ultimo di un lunghissimo mese durante il quale mia madre ha avuto fortissime manifestazioni di arteriosclerosi. Il fatto ci ha colti di sorpresa tutti; me, mio marito, i miei figli. Tutti.
E’ difficile fronteggiare questa condizione di mamma. Tenere testa alla sua dissociazione, al suo Smarrimento, alla sua alterazione della realtà spazio-temporale.
Questo mese lunghissimo e doloroso l’ho vissuto anch’io fuori di me,
l’ ho vissuto come spettatrice ed interprete.

Un mese, una situazione che il mio subconscio sembra allontanare dal sé pensante e vivente.
Siamo al 30 Novembre, Domenica, primo giorno d’Avvento, e la scala da salire sembra allungarsi all’infinito, la strada da percorrere si aggiunge ad altra strada e la strada è inframmezzata da tunnel tenebrosi che non lasciano intravedere sbocchi di luce a breve termine.
Non ho vissuto questo mese nella mia realtà personale, ma come se io e mia madre fossimo un’unica persona, io e lei in un’osmosi inesplicabile, in una unità ancora placentare.

Questo mese l’ ho saltato. E’ stato come se avessi avuto il potere di librarmi in volo su un ponte di tempo. Al di là dei miei giorni; come se mi fossi ibernata, addormentata, mentre il tempo, i giorni, le ore, i minuti di questo mese mi avessero risparmiato ogni dolore, ogni giorno, ogni notte; le tremende notti passate al fianco di mia madre, nel letto di mia madre. Mi sono state risparmiate le sue allocuzioni notturne, astratte, assurde, incomprensibili.

Mi è stato risparmiato il suono della sua voce, che tocca altezze impensate.
Mi è stato risparmiato il suo verso monotono, il suo lamento, che fa parte di un suo rituale del sonno
che fa addormentare lei e fa impazzire me, e che allontana dai miei occhi quel sonno tanto atteso. Atteso quale misterioso e silenzioso liberatore, quale angelo che viene a spezzare invisibili catene; sonno come l’Angelo di Daniele, l’Angelo di San Pietro. L’Angelo consolatore che non viene ancora.

Ma ecco, quando finalmente viene e le pupille sembrano farsi di granito, un gemito, un fiato, un lamento lo infrange, lo sbriciola, lo dissolve in polvere di sabbia. Ora bisogna ricominciare tutto daccapo.

Ritentare di riannodare le fila di un discorso interrotto. L’orologio digitale sul comodino è l’unico strumento lucido e razionale. Non c’è verso che sgarri di un minuto.

Scorre imperturbabile contro ogni mio desiderio. In fondo, non so’ più se desidero che esso vada più svelto o rallenti la sua corsa per darmi un ultima possibilità di riallacciare quel filo di sonno perduto,
di tempo perduto, di sonno perduto, di vita perduta inesorabilmente.

Sembra quasi che il debito della vita che debbo a mia madre io lo stia pagando in rapporto di 100 a 1’000’000. Discorsi vacui, da sonnambula, ne sono certa, o forse, ecco il dubbio mi assale violentemente, senza nessuna ragione apparente o di rapporto credito/debito, forse proprio questo mio
tempo, questi miei giorni, queste notti, questi attimi vissuti accanto a mia madre rappresentano l’unico tempo vissuto pienamente?

Sia il solo che abbia avuto valore? Sia il solo, come dice Hesse, che sia stato capace di imprimere nella mia vita un solco, una traccia, una memoria tanto “pesante“ che nessun altro tempo, mai, potrà cancellare dalla mia vita e tutti gli altri eventi, avvenimenti, che verranno, se verranno mai per me giorni lieti e leggeri, vissuti o soltanto sognati, anelati con grande nostalgia spirituale, potranno scalfire il ricordo, la via crucis dolorosa che dura da
otto anni di questo immobile tempo.

Ero come un albero in fiore dieci anni fa, ora mi sento spogliata di ogni diritto personale, di ogni capacità di autonomia, di ogni libertà. Ogni diritto e’ stato sacrificato sull’altare del dovere.

Quell’albero in fiore ora appare, anche suo malgrado, agli occhi di tutti come un tronco spoglio di tutte le sue attrattive. Senza più rami, foglie, gemme, fiori e frutti. Senza più alcuna bellezza. Sento nel mio corpo tutto il peso dell’età di mia madre.
Sento in me tutte le limitazioni fisiche dei suoi 85 anni.
Il suo esile corpo e’ pervaso da una autorità, da una forza interiore che sconcerta a qualche volta lascia ammirati.
Lei risorge sempre dalle sue ceneri, come l’araba fenice, ed ora che la veemenza senile sembra accrescere la sua energia, noi tutti, suoi sudditi, giriamo vorticosamente come trottole ad ogni suo comando.

Quando, raramente, viene colta da attacchi di insperata dolcezza e premura materna, questo basta per garantirsi il nostro incrollabile amore e la nostra dedizione filiale, messa a dura prova.

Talvolta mi appare in tutta la sua vulnerabilità, ridotta ad ossa e pelle ed occhi. Occhi grandi, vivaci, penetranti, irati, sorridenti. Ci tiene tutti in pugno. In quel suo pugno ridotto a scheletro, dove le nocche delle dita sono sporgenti e bianche, dove si possono vedere tutte le ramificazioni venose ed arteriose.

Mani che un tempo hanno lavorato, fatto bucati, impastato pane, raccolto il grano, tagliato grappoli d’uva, cucito abitini, rammendato calzini. Ed ora io sto a misurare il mio tempo, il mio lavoro.

Inevitabilmente sono paragoni che non reggono, non possono reggere il confronto, non posso valutare obiettivamente. Adesso il mio discorso sarebbe troppo di parte. Il debito della vita ricevuta non si estingue mai.
Guardo mia madre e per effetto speculare vedo me, vecchia e bisognosa di cure, di premure, di assistenza, di affetto filiale. Ed e’ inevitabile la domanda che sale dai bordi del cuore: “quando il mio Tempo verrà, chi mi sarà vicino a stringermi le mani?”

***
Post scriptum: mia madre è vissuta 92 anni. Ho varcato con lei il terzo millennio e ne ho condiviso due anni. ero sola con lei, quando ho raccolto il suo ultimo respiro. Mi lasciò il 4 aprile del 2002. era un venerdi, alle ore 17, 56. Si addormentò come un passerotto, senza dirmi una parola di addio.

Anna Marinelli

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