Lu “rispicu”

uva sotto spirito

In questo ultimo scorcio di Novembre si svolge in silenzio e proficuamente, un’attività nota a pochi ma tanto attesa dalle famiglie povere. Gli uomini se ne escono da casa la mattina presto e vanno “allu rispìcu”.
La parola vi deve far balzare alla mente la famosa pagina letta sui libri di scuola col nome “La spigolatrice di Sapri”. “Spigolare” una volta non aveva il significato contaminato e degenerato di oggi, poiché oggi mandare a spigolare qualcuno assume un significato dispregiativo: andare a spigolare una volta significava andare a fare una vendemmia gratuita, a raccogliere grano gratis. Dopo la mietitura e dopo la vendemmia, dei grappoli e dei racemi, che si svolge in due momenti distanziati fra loro, era consentito al povero e ai meno abbienti di recuperare le spighe lasciate sul campo e i racemi sfuggiti alle cesoie dei vendemmiatori.
Al proprietario terriero non conveniva pagare il salario a uno o più operai per recuperare quei due o tre plateau di frutto. Pertanto non era perseguibile penalmente l’individuo che entrava in una tenuta e trovato a “respigare…”. I miei vicini, quando tornano a casa con quell’invidiabile bottino, sono sempre tanto generosi con me e me ne fanno dono con gioia .
E’ inutile dirvi che ogni volta che ricevo questi regali, per me è come fare un tuffo nel passato. Mi ritorna in mente mio padre quando ci portava a casa i suoi preziosi racemi, uva fuori stagione dal sapore inimitabile.
Quando capitava che mio padre portava a casa racemi meravigliosi raccolti dai “tendoni” di uva per esportazione, dai chicchi sodi e grossi, mia madre puntualmente ci diceva: “Di questa ne metteremo un po’ sotto spirito”, oppure: “Di questa ne faremo un vasetto all’anice” . E si metteva lì, con la pazienza delle madri sante di una volta, a tagliare i chicchi a selezionarli, a passarli tutti con un tovagliolo pulito a sistemarli in un vasetto di vetro e colmarli di liquore dolcissimo, e a riporli orgogliosamente a far bella mostra nella credenza , in attesa di essere gustati nelle rigide sere d’inverno.

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10 thoughts on “Lu “rispicu”

  1. Meravigliosa paginetta di una (antica?) civiltà contadina caratterizzata dal saper convivere condividendo con generosità i frutti della terra. Nulla andava sprecato e spesso “lu rispicu” ci riservava gustosissimi e pregiati sapori che tanto mancano a chi ha potuto assaporarli.
    Ho scorazzato, ragazzo, tra i filari della vigna dai pampini ormai ingialliti, facendo scorpacciate di meravigliosi “raciueppi” e “raciuppieddi” dalla dolcezza indimenticabile come Anna ci ricorda.
    Non mancava qualche fico “tardivo” che sembrava aspettasse di essere colto prima di finire ingloriosamente nel primo fango autunnale.
    E quì si potrebbe toccare il tasto altrettanto suggestivo delle “ulive morte”, prezioso caviale per accompagnare il buon pane del tempo!
    Spero tanto che questo pregevole blog riprenda a vivere col contributo dei tanti bravi amici che si sono aggregti in nome dei ricordi “in bianco e nero”!

    • Carissimo Gino, gli amici del Bianco e nero sono un po’ restii a visitare queste pagine anche da me ripetutamente invitati…e io quei pochi commenti lasciati con “amore” li preferisco a quelli lasciati per “forza”. Grazie intanto dei bei suggerimenti che ho apprezzato in questa tua graditissima visita!

  2. Cara Anna, con la tua bellissima descrizione dei sapori del buon tempo passato e le immagini, hai risvegliato in me profonde emozioni e la memoria si attiva e recupera cio’ che io avevo creduto di poter dimenticare.
    Quelle immagini dell’uva”sotto spirito” che mia madre faceva e di cui io ero ghiotto…Vedendole, mi pare di risentirne il profumo di assaporarne la dolcezza…Come una scintilla, un certo profumo casualmente risentito e “rivisto” a distanza di anni può immediatamente ridestare in noi un’ondata di ricordi sopiti, lasciando riaffiorare, con dovizia di particolari, esperienze della nostra esistenza passata che ci sembravano definitivamente rimosse. L’odore è infatti il più grande alleato dei ricordi: ci permette di viaggiare nel tempo e perciò fa sì che l’olfatto venga eletto a senso privilegiato dalla memoria. Un odore o un profumo già sentiti hanno l’impareggiabile potere di rimaterializzare anche i nostri ricordi intimi, di renderci presenti eventi lontani, riportandoci improvvisamente a una scena dell’infanzia, a un paesaggio o a un episodio della nostra vita passata – rievocato con ricchezza di particolari attraverso una semplice visione o odore – e innescando, a seconda dei casi, la nostra nostalgia, la nostra malinconia, la nostra gioia o la nostra tristezza. Nessun altro dato sensoriale è altrettanto memorabile di un odore, altrettanto resistente al logorio del tempo, altrettanto evocatore del passato e altrettanto capace di sollecitare tutti gli altri sensi. Gli odori sanno dunque attivare la memoria episodica: cioè quella forma di memoria a lungo termine che custodisce i ricordi autobiografici costitutivi della nostra identità.Chi potra’ mai dimenticare l’odore del “ragu” che io “sentivo” la domenica mattina mentre camminavo per le strette vie di Grottaglie?E allora, la bocca, si muove, quasi a ricercare e riassaporare quel sapore che e’ il testimone veritiero e non ingannevole del tempo e in un istante ci guida al cuore delle cose, nell’intimità delle altre persone e nei recessi, spesso inconfessati, del nostro vissuto,‘visualizzato mentalmente’ ovvero pensato e composto nella mente. E “ la mente bambina “ raggiunge il cielo.

    Scriveva Marcel Proust: Quando di un antico passato non sussiste
    niente, dopo la morte degli esseri, dopo la
    distruzione delle cose, soli, più fragili ma più
    intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli,
    l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come
    anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla
    rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi,
    sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso
    edificio del ricordo.

  3. Prof. “quell’immenso edificio del Ricordo” faticosamente stiamo cercando un po’ tutti noi di ricostruirlo, o perlomeno di “restaurarlo” alla meglio, perché la memoria delle cose che Odorammo e Gustammo nella lieta stagione dell’infanzia e della fanciullezza costituivano la parte migliore di noi… come egregiamente lei mi conferma.
    Grazie della visita.

  4. Rispìcu è deverbale da rispicàre, a sua volta composto dal prefisso ri- esprimente ripetizione e da spicàre che nel dialetto neretino, usato da solo, ha ereditato il significato del latino classico spicàre=dare forma di spiga, il cui passivo (spicàri) significa prendere la forma della spiga (in epoca medioevale significherà, sempre riferito alla spiga, essere battuto): la voce dialettale ha assunto poi anche il significato metaforico di crescere, riferito a persona. In rispicàre, però, spicàre ha assunto il significato di raccogliere le spighe, sicché alla lettera rispicàre significa raccogliere le spighe per la seconda volta. Rispìcu, perciò, corrisponde all’italiano spigolatura, formato sempre dalla stessa base, il latino spica=spiga.
    P.S. Mi sa che per sopravvivere, fra non molto, saremo costretti a tornare al “rispìcu”.
    Un abbraccio dal tuo amico Cosimo.

  5. Mi ritorna in mente un episodio della mia infanzia.
    Chiantata di alie di Parabita, dove ore sorge la San Giorgio nuova, vale a dire via p.di Piemonte, discesa via Paisiello vino ad arrivare alla via Lecce.
    Noi ragazzini andavamo a lu rispicu delle olive che poi vendevamo a lu Cinnisaru, papà dei carica sullo, per poche lire per comprarci delle figurine di capitan miki o blak macigno con le quali giocare.
    Un brutto giorno però una guardia fedele di donna Mimma ci sorprese e con la sua doppietta caricata a sale ci insegui’ sparandoci addosso. Vi giuro che il sale fa molto male, avendolo provato.
    Evidentemente a donna Mimma poche lire la rendevano ancora più grossa e più ricca di quello che era.
    Se solo la gente si rendesse conto che non siamo Eterni ed essere un po’ umili chissà.
    Comunque i ricordi sono belli anche amari come il sale.
    Io personalmente ne ho tanti di mia madre e mio padre. Il ricordo dell’uva sotto spirito, la raccolta dell’uva passa dalla quale ricavava una mostarda da far venire la pelle d’oca.
    Grazie Anna.

  6. “Mia madre si attardava
    a raccogliere acini appassiti
    che l’indomani
    avrebbe imprigionato
    in una pagnotta fragrante
    dal vago sapore della felicità.

    Mi rivedo avanzare, nel sogno ricorrente,
    tra i filari roridi di brina,
    tra i tràini ed i tini di uve traboccanti,
    e voci di donne tra risate e canti.” (da Ricordo divino)
    Grazie Mino.

  7. Ringrazio con entusiasmo il Prof. Francescone per avere aderito al mio invito a frequentare questo interessantissimo blog e sono certo che lo arricchirà con i suoi interventi sempre documentati ed emozionanti!

  8. Sempre calzanti e coloriti i ricordi di Mino, rievocativi di dolci o amare paginette di quel mondo che tanto rimpiangiamo pur con le sue ristrettezze (forse quelle ristrettezze sono la nostra ricchezza!)

  9. Profumi e ricordi mai dimenticati, aspettavo i momenti te lu rispicu per raccogliere gli ultimi fichi, le olive, spighe di grano raciopppe ecc.. tutto quello che si poteva raccogliere gratis e venderlo per aiutare la famiglia numerosa, considerato che ai proprietari non conveniva economicamente tornare
    sul posto con personale per completare il raccolto.
    Ersilio Teifreto classe 1947 Noularu http://www.torinovoli.it

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