Archivio | novembre 20, 2013

Lu “rispicu”

uva sotto spirito

In questo ultimo scorcio di Novembre si svolge in silenzio e proficuamente, un’attività nota a pochi ma tanto attesa dalle famiglie povere. Gli uomini se ne escono da casa la mattina presto e vanno “allu rispìcu”.
La parola vi deve far balzare alla mente la famosa pagina letta sui libri di scuola col nome “La spigolatrice di Sapri”. “Spigolare” una volta non aveva il significato contaminato e degenerato di oggi, poiché oggi mandare a spigolare qualcuno assume un significato dispregiativo: andare a spigolare una volta significava andare a fare una vendemmia gratuita, a raccogliere grano gratis. Dopo la mietitura e dopo la vendemmia, dei grappoli e dei racemi, che si svolge in due momenti distanziati fra loro, era consentito al povero e ai meno abbienti di recuperare le spighe lasciate sul campo e i racemi sfuggiti alle cesoie dei vendemmiatori.
Al proprietario terriero non conveniva pagare il salario a uno o più operai per recuperare quei due o tre plateau di frutto. Pertanto non era perseguibile penalmente l’individuo che entrava in una tenuta e trovato a “respigare…”. I miei vicini, quando tornano a casa con quell’invidiabile bottino, sono sempre tanto generosi con me e me ne fanno dono con gioia .
E’ inutile dirvi che ogni volta che ricevo questi regali, per me è come fare un tuffo nel passato. Mi ritorna in mente mio padre quando ci portava a casa i suoi preziosi racemi, uva fuori stagione dal sapore inimitabile.
Quando capitava che mio padre portava a casa racemi meravigliosi raccolti dai “tendoni” di uva per esportazione, dai chicchi sodi e grossi, mia madre puntualmente ci diceva: “Di questa ne metteremo un po’ sotto spirito”, oppure: “Di questa ne faremo un vasetto all’anice” . E si metteva lì, con la pazienza delle madri sante di una volta, a tagliare i chicchi a selezionarli, a passarli tutti con un tovagliolo pulito a sistemarli in un vasetto di vetro e colmarli di liquore dolcissimo, e a riporli orgogliosamente a far bella mostra nella credenza , in attesa di essere gustati nelle rigide sere d’inverno.

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