Archivio | agosto 2013

Lu laùru

Carretto1]

Laùru – Folletto, spiritello della casa. Molte sono le leggende popolari che si raccontavano sulle stranezze di questo folletto l’inverno attorno al braciere o nelle sere d’estate seduti sull’uscio di casa. I racconti relativi a questo strano personaggio, a cavallo tra la fantasia e la realtà, avevano tra i protagonisti favoriti le donne, gli uomini e i “travinieri” o perlomeno coloro che possedevano un cavallo o un somaro.
Accadeva infatti che di buon mattino, quando non era ancora giorno, il contadino si recasse nella stalla a ”governare” la sua bestia prima di intraprendere una lunga giornata di lavoro, e vi trovasse alcune stranezze che con la sua semplice ragione non sapeva giustificare. La coda del cavallo abilmente intrecciata o annodata, i secchi con la biada capovolti e rovesciati per terra, le stringhe delle scarpe legate in maniera intricata e berretti da notte sottratti inspiegabilmente ai rispettivi proprietari.
Le donne erano prese di mira dagli interventi del laùro molto più che gli uomini. Questo invisibile spiritello della casa amava trastullarsi piacevolmente, tormentando non poco le donne, procurando loro dispetti di ogni genere. La notte si sedeva sul loro stomaco procurando sensi di pesantezza e di soffocamento, tirava loro le coperte di dosso, scarmigliava i loro capelli e li annodava o intrecciava in maniera intricatissima e la povera sfortunata, per non ricorrere alla forbici era costretta ad impiegare moltissimo tempo per recuperare integra la sua chioma. I crampi notturni alla estremità ? Erano opera del Laùro, naturalmente.

Si racconta che moltissimi anni fa, una famiglia decise di traslocare per sottrarsi ai disagi che questo folletto procurava loro.
Era il giorno di Santa Maria, il 15 agosto, giorno in cui scadevano i contratti d’affitto. La famiglia caricò tutte le masserizie sul travino e fece con questo mezzo di trasporto tutti i viaggi necessari per trasferire nella nuova casa le povere cose, i poveri mobili. Nell’ultimo carico montarono su la moglie, le suocera e i tre figli…portavano anche “lu catarieddu” con qualche tegame di terracotta essendo oggetti preziosi per la vita della famiglia… Ad un certo punto, mentre arrivarono a pochi isolati dalla nuova casa, incontrarono un conoscente che gridò al loro indirizzo” Wè cumpa’ Mimi’, ce ste faci’? addò ste ve’???” Ma prima che l’interpellato avesse modo di rispondere, si alzò come per incanto il coperchio della caldaia e uscì una testa strana di folletto mai visto prima che rispose” stà scasamu ca addà nonci putemmu sta’ cchiù”.

Annunci

Lu mulone all’acqua

anguria fetta
Osci agghju ‘vutu la triste notizzia e cioè ca lu mulone tene vita breve, lu pruverbio nonci sbaglia mai. “Quannu ‘rriva la fica lu mulone si vè ‘mpica”. Lu priezzu loru precipita vertigginosamente, quannu all’iniziu ca onu ‘zzicat’a ‘sse’, scèvunu a pesu t’oru!
Stamatina infatti agghju ‘vutu nnu beddu piattinu ti fichi, sia verdi ca virnè.
Piccatu però!
Mi ricordu ca quannu era piccenna e iavitava sobbr’alli Castrioti, intr’allu uertu tinemmu lu puzzu cu l’acqua fresca. Allora ‘ttanima calava ti la matina lu sicchju cu lu mulone e lu tineva allu friscu finu ca erma mancia’!
Tannu lu frigoriferu nonci lu tinévunu tutti e ci lu tinévunu era piccinnu piccinnu ca no’ cacciava niente, menu ca menu nu mulone ti deci-dudici chili!
E po’, quannu ti Santa Maria (l’odierno ferragosto) si sceva a mare, a Ciminu, alli Vattinieri o a Patruvale, lu mulone all’acqua nonci mancava mai, si purtava intr’allu catarieddu ’ppinnutu sott’allu travinu!
Ìu quann’era piccenna agghju sciutu sulu nu paru ti vote allu mare ti Patruvale, quannu mi purtàvunu la vicini ti casa mea, ca ’ttanima tineva na bicicletta e nonci si ‘ssicurava cu si mitteva sobbra a na Vianova! E ‘ccussì agghju rimastu cu lu disideriu ti lu mare, ti lu mulone all’acqua, ti quera pasta sapurita ca cucinava Cumma’ Memena, chiena ti sucu friscu, ti casiricotta e ti tant’amore… quiru ca manca mò alli tiempi nuestri!

Desiderio di stelle

desiderio di stelle

In questo scenario di ulivi
l’ultimo sole
s’incendia di luce.

Grande stupore avvolge l’anima
come scialle setoso
sulle spalle nude.

Si palpa l’attesa che prende
questo desiderio di stelle,
questo tremore di occhi
dal volto d’argento della luna.

-Briciole di stelle gitane
danzano leggere
sopra un proscenio
di zolle! –

lu vummile

la ragazza col VummìleLu vummìle

Qualche settimana fa fu pubblicata sul Nostro Gruppo di Facebook una splendida fotografia in B/n di una ragazza che recava appoggiato sul fianco, e tenuto bel stretto tra le braccia, lu Vummile!
Lu vummìle è un oggetto di terracotta atto a conservare fresca l’acqua che i nostri antenati si portavano in campagna per dissetarsi durante le lunghe e calde giornate di lavoro.

Dotato di un collo stretto e una base “panciuta” questo oggetto della nostra tradizione contadina, conservava a lungo la freschezza dell’acqua che i contadini attingevano alle fontanelle pubbliche dislocate lungo le strade del paese e che erogavano acqua potabile freschissima.

Così commenta l’amico Mimmo Modarelli :”La terracotta, trasudando naturalmente e l’evaporazione che ne consegue, secondo un principio fisico, determina l’abbassamento della temperatura. La freschezza la da u Vummil. L’acqua è fredda non perché u vummil ne conserva la temperatura, esso è in grado di abbassarla specialmente ponendolo, come facevano i nostri saggi vecchi, al fresco ed in un posto ventilato.”

Ne è scaturito un interessante dibattito condito di ricordi e di tanta nostalgia nei riguardi del nostro recente passato che ancora una volta mi hanno rassicurata dall’aver intrapreso, con questo blog, un percorso sul filo della memoria che si va sempre più rinsaldando con esiti di condivisione davvero sorprendenti.

Nota: l’Amico Modarelli essendo tarantino trapiantato a Bari, chiama con diversa fonetica questo antico e prezioso oggetto, contenitore della fresca acqua del glorioso Acquedotto Pugliese, e cioè “u vummil”.