Archivio | agosto 31, 2013

Ricordo divino

vendemmia. foto dal web

Vivo nel ricordo dei giorni
dal sapore di pane e acqua-sale
di uve dolci, rosse come rubini
che adornano fanciulle saracene.

Mio padre aveva una vigna
– dal nome buffo,
che strappava sorrisi –
poco più grande di un lenzuolo
di lino,
e ne faceva un vino ambito dagli dei
e dagli artieri
che stavano in città.

Era un sovrano, mio padre,
nel suo podere,
con solo sette filari di primitivo,
e a guardia del suo piccolo tesoro
aveva posto,
per sentinella,
un ulivo.

Mia madre si attardava
a raccogliere acini appassiti
che l’indomani
avrebbe imprigionato
in una pagnotta fragrante
dal vago sapore della felicità.

Mi rivedo avanzare, nel sogno ricorrente,
tra i filari roridi di brina,
tra i traìni ed i tini di uve traboccanti,
e voci di donne tra risate e canti.

Ora che il tempo stratifica memorie,
come cortecce che denunciano anni,
ripenso spesso a quel dito di vino
che riscaldava il cuore
e appannava il bicchiere,

come se fossi ancora piccolina
con i miei cari, intorno ad un braciere.