Archivio | Maggio 2013

Lettera di Giovanni Carafa sui Mendicanti di San Giorgio Jonico

La casa di Eva SavinoUnì Unà

Amici, è finalmente arrivato il tempo di postarvi questa articolata lettera del nostro concittadino Giovanni Carafa, al quale tempo fa mi ero rivolta per avere notizie di Ciullo.
Intanto per la gioia di Mino vi metto due foto, fanno parte della stessa fotografia, che ho volutamente diviso a metà per ingrandire un particolare del corteo nuziale di Fiora Caffio e Angelo Strada. Mescolato alla folla degli invitati, si può scorgere la figura di Unì Unà con la sua solita coppola! nella prima parte della foto il corteo sta passando davanti a casa di Eva Savino, il cui spazio antistante la casa era ed è ancora sempre adornato di fiori profumatissimi.
Grazie al commento di Mino ed avendo trovato una fotografia ad hoc ritengo di poter pubblicare oggi la bella e lunga lettera del nostro concittadino Giovanni Carafa, colui che fu la mia guida nelle amate cave alla scoperta della tana della volpe… e di altre meraviglie…

ORISTANO, 27 febbraio 2013

Cara Anna,
ti ringrazio dell’affettuoso pensiero rivoltomi con l’ultima tua e-mail. Sai, trovare il tempo per scrivere non è facile. Occorre essere in solitudine e provare ad ascoltre intensamente la propria voce interiore che, credimi non manca, anzi. Il mio amato paese, i miei ricordi sono continui, sono circa diciannove anni che mi accompagnano, mi struggono. Certo la vita va avanti. Se proprio te lo posso confidare, qui in Sardegna, come altrove, non mi sono mai ambientato: è come se la vita per me si fosse fermata lì, a San Giorgio. Molte cose mi sono andate per il verso giusto, amo il mio lavoro, è proprio quello che volevo fare, amo i ragazzi e l’impegno anche etico che comporta l’essere educatore prima che didatta. Vivo in un bellissimo ambiente naturale e sereno, quasi, lontano dal mondo; ho una bellissima casetta e sono circondato da una donna particolare, che amo tanto e che in tanti momenti sa ricondurmi ad un’intimità nostrana della mia famiglia di origine: l’intensa religiosità di mia zia Annina e mia madre, l’animato dialogo sociale di mio padre e, la cosa più sorprendente, l’apprezzamento e la partecipazione intensa ai miei racconti dei più vividi ricordi di infanzia sangiorgese (anni ’60-’70).
A seguito delle mie scelte l’attività artistica è completamente saltata, ma, comunque, fortunatamente la vivo intensamente nelle mie materie d’insegnamento nella scuola d’indirizzo nella quale lavoro. In questo momento è rientrata Rita, che ti saluta calorosamente, e, anche questa lettera deve momentaneamente essere sospesa – è sera, sono le ore 20,06 di martedì 26/02/2013.
Riprendo la lettera oggi 27 febbraio alle ore 20,20; Rita è andata alle prove del coro polifonico a cui è iscritta. Posso proseguire le nostre confidenze.
Ho letto il testo della e-mail del Signor Bisignano del quale in qualche modo penso di conoscere la famiglia originaria, nel senso che suo fratello Angelo è stato un mio compagno di classe di tutta la scuola media. Avevo già avuto modo di notare che in effetti egli è un tuo assiduo lettore. L’indicazione della detta e-mail rende molto difficile il ricordo di questa figura di mendicante per il semplice fatto che sicuramente il Signor Bisignano è più grande di me, forse di 5-6 anni. Io sono del ’56 e i ricordi più intensi di vita paesana risalgono per lo più agli anni dal ’66 fino alla fine del decennio ’70. Certamente, ricordo, quasi come un sogno, che all’ingresso del portone della chiesa di don Pierino (la chiamo così come ero abituato a chiamarla nell’ordinario gergo sangiorgese) alcune domeniche, specialmente in ricorrenza di particolari festività, uno o due mendicanti erano sempre lì, per terra, appunto, a chiedere l’elemosina. Uno di essi certamente era quello che chiamavano, o credo che si chiamasse o , per lo meno lo indicassero genericamento: quìro di jànciulu cuècciulu. Abitava, andando su via Rocca, nella traversa subito dopo la casa del defunto prof. Alberto Rizzo. La casa aveva un ingresso laterale con attiguo uno spiazzo-giardino prospicente pericolosamente su alcune tagghjate comprese tra i retrostanti ortali delle ultime case di via Castriota e quelle della detta via Roccaforzata. L’uomo, era di corporatura minuta, occhi tondi, mento aguzzo, barba ben rasara, il volto profilato, magro; di carnagione chiara e liscia con un accentuato colorito roseo. Personalmente non mi dava il senso del mendicante, perchè nel mio immaginario un mendicante doveva avere un’apparenza malandata e, soprattutto, esse anonimo, cioè non doveva essere conosciuto in paese, non doveva sapersi la provenienza. Anche perchè nella mia coscienza ed esperienza di bambino l’ho visto ad un certo punto comparire improvvisamente a fianco ad un altro mendicante più vecchio e non ben definibile nei miei ricordi, e, comunque, già di consolidata precedente presenza. Questo, sì, che era un mendicante. Ma non saprei. So’ solamente che quello di jànciulu cuècciulu per me è come se avesse usurpato, stesse entrando quasi in concorrenza con l’altro. Di quest’altro, comunque, mi viene in mente una parvenza di barba incolta, riccioluta, parzialmente brizzolata, una giacca grigio scuro leggermenti striata e con delle medagliette e dei nastrini colorati attaccati all’occhiello o al taschino. Nient’altro. Mi viene in mente che forse questo altro mendicante fosse, o per lo meno somigliasse, a Tumàsi Piccìoni quell’uomo che assieme a Carmèlu Picciòni trovavano ospitalità presso Annina la burràscka. Erano, questi ultimi due fratelli(?).
Per quanto riguarda Unì Unà, per quello che ne sappia io, egli non ha nulla acchè vedere con i detti mendicanti; come, penso, ricorderai Unì Unà era un insufficeinte mentale, viveva in via Castriota subito dopo l’inizio della strozzatura della strada dopo la mia comare Rusìna la Ciùcculatera.(moglie di cumpà Giòrgi Marinelli: papà di Risòrtu Marinelli che abita a Via Corsica angolo via Galliano). Era un omone, grasso, di carnagione scura, deforme, avanzava lentamente, strisciando una delle gambe e calzava sempre delle scarpe da tennis, quelle classiche basse bianche e blu. Dava il senso dello sporco, un po’ larciòne, il labbro inferiore un po’ arrovesciato, naso a narici larghe e sempre mocciose. Non si esprimeva se non con qualche parola-frase bisbigliata quasi con un suono sibilante. L’uomo in parola non mi pare fosse dedito all’elemosina. Mi pare vivesse con un fratello, non saprei se appartenesse ai Mingolla. So’ che spesso scendeva in piazza e occasionalmente di pomeriggio si avvicinava al bar De Marco o Brogi e lì i gruppi di giovinastri e anche qualche adulto, si prendevano qualche pizzicàta, lo sfottèvano, lo inducevano ad una auspicabile performance demenziale, così, per aversi qualche malizioso e deprecabile momento di allegria. La solita questione de’ “lo scemo del paese”. Ma anche questa è paesanità, vita vissuta.

Per quanto riguarda l’eventuale autostoppista, quello che tu dici essere di Monteparano, non ha nulla acchè fare con i detti mendicanti. Per la verità sono due persone di Monteparano che facevano l’autostop, uno sistematico e l’altro occasionale che poi, molto probabilmente, è quello che nelle dette e-mail è paventato come mendicante perchè anch’egli insufficiente mentale (…) che si chiamava Jànciulu.
Il primo comparve i primi anni ’70, quasi anch’egli in concorrenza con noi adolescenti autostoppisti che ci recavamo spesso a Carosino o nei paesi vicini a corteggiare ragazze o per il gusto di cambiare aria. Era elegantissimo, in abito bianco o avano di lino, camicia rosa o celeste e cravatta; biondo magro, minuto. Comparso immediatamente nell’enturage autostoppisti; era mal visto per l’avvenuta intromissione nelle nostre innocenti opportunità di spostamento sul territorio. Nel ristretto gruppo autostoppisti dei miei amici questo signore lo chiamavamo “l’autostoppista per eccellenza”, quasi una metafora, un’ironia perchè non si era visto mai che un autostoppista avesse quella impeccabile apparenza . Ai nostri occhi, tra l’altro, si rendeva ridicolo perchè la sua gestualità di richiesta di passàggio si materializzava in una gestualità a mani e braccia aperte imploranti con anche un contemporaneo accompagnamento di qualche accenno di avanzamento-deambulazione quasi un essere trascinato dallo spostamento d’aria dell’autovettura sfrecciantegli davanti; una supplica o una viscosità insistente verso l’anonimo automobilita. Fuori da ogni etica (?) dell’autostop nostrano.

Il secondo, Jànciulu, più che un vero autostoppista era un uomo che, come dicevo, rientrava nella comportamentistica tipica del disturbo mentale. É comparso nel nostro paese per pochissimo tempo, verso la metà degli anni ’70. A Monteparano faceva qualche servigio al parroco che per quanto possibile lo riguardava. Comunque, aveva la famiglia di origine presso la quale viveva. Naturalmente, come sempre in questi casi, il suo portato non permetteva alla famiglia stessa un totale o agevole controllo circa i suoi spostamenti sul territorio. Occasionalmente chiedeva un compiacente passaggio a qualche conoscente di Monteparano che si recava fuori paese.
Era grasso, basso, quasi pelato o comunque rapato; diffidente, malizioso e permaloso anche al minimo incrocio con lo sguardo altrui, pertanto, facilmente indotto alla parolaccia specialmente quando veniva direttamente sfottuto. Non disdegnava di raggiungeva sangiorgio a piedi, forse preferibilmente il martedì, il giorno del mercato settimanale Chiedeva occasionalmente l’elemosina, ma più che altro perchè aveva scoperto che così facendo poteva rimediare qualche soldino per acquistare alcunchè, gelati, caramelle, cioccolatini. La gente del suo paese lo assecondava oppure, anche qui, lo inseriva maliziosamente in qualche artefatta marachella umoristica. Dopo qualche anno è scomparso dal territorio sangiorgese.
Ma, mi sovviene anche, a fine anni ’70, della breve comparsa, in sangiorgio, di un’altro demente, proveniente da Grottaglie ivi molto noto quasi, una mascotte, affetto da sindrome epilettica. Era magro, colorito, capelli ricci e bianchi; sostanzialmente ben tenuto, sempre col sorriso sul volto e in qualche modo ben disposto alle interelazioni personali occasionali di saluto altrui. Chiedeva l’elemosina al volo, di passaggio, così. senza stazionare permanentemente in alcun posto. Spesso si recava anche al mercatino settimanale di Monteiasi. Qui, ho avuto modo di vederlo colto da una crisi epilettica; era spaventoso osservarlo, buttato per terra tra le cianfusaglia di qualche venditore ambulante, cosa tra le cose, e rigidamente arcuato, completamente assente nella coscienza e ignorato dalla gente che forse per paura o anche perchè abituata all’evento proseguiva innanzi confidando nel consueto doveroso intervento degli organi di polizia locale.

Non saprei dire il di lui nome. So solamente che mi inffondeva un’immensa ingenua gioia quando alla mia occasionale richiesta mostrava la sua macchinetta mangiasoldi, naturalmente aspettandosi successivamente una comunque pur minima doverosa elargizione di denaro . La macchinetta era diventata un business; era una scatoletta metallica nera a foggia di bara (chiavùtu) lateralmente fornita di una chiavetta a molla. A richiesta della gente, di solito chi già sapeva dell’happening, oppure di propria iniziativa, l’uomo caricava la molla della detta chiavetta previo collocazione da parte dell’offerente di una monetina metallica da porre in un’apposità sagoma depressa della superficie della scatoletta stessa. Mentre l’offerente attendeva a ciò, contemporaneamente la macchinetta faceva aprire il coperchio della detta scatola-bara, vi compariva, con un movimento lento, uno piccolo scheletro unamo, color avorio, che man mano si sollevava per poi prontamente allungando la mano sottraeva la monetina dell’ignaro offerente richiudendo rapidamente il macabro scrigno, il tutto tra l’improvvisa incredulità dello stesso offerente, quasi in un clima di ingenua beffardaggine per l’ingrata improvvisa ingenua appropriazione indebita. Naturalmente la successiva inaspettata esplosione di riso spontaneo ricomponeva la tacita complicità di entrambe le parti in causa, l’offerente e il mendicante.
Questi sinceri miei ricordi, per te cara Anna. Se mi succederà ti riporterò altre avventure del Carafa adoloscente-giovanotto; credimi, ce ne sono da raccontare; si tratta solamente di questione di tempo per poterlo fare.
Abbracci.

Giovanni.

La madonna della croce

la cappella addobbata per il Giovedì santo- Copia l'antica cappella

ditail Figlio!i piedi di Mariail sandalo

la crocemadonna della croce

La Cappella “Madonna della Croce” è un’antica chiesetta situata su un piccolo largo che porta il suo nome. Da antichi documenti si ritiene che la sua costruzione sia antecedente a quella della Chiesa Madre.
Fornita di un piccolo, bianco, campanile è da sempre molto cara alla popolazione sangiorgese.
In passato ospitò un antico e pregevole dipinto raffigurante la Vergine col Bambino, di autore ignoto.
L’icona di arte bizantina, logorata dal tempo, fu sostituita nel 1873 circa da una nuova statua, di scuola napoletana, che si conserva tuttora.
La Madonna è onorata con questo titolo perché sia Lei che il Bambino che reca tra le braccia, stringono in una mano il globo del mondo sul quale è fissata una piccola Croce.
Sotto l’antico pavimento si custodirono le spoglie dell’arciprete don Pasquale Zingaropoli deceduto nel 1779 e quelle della signora Francesca Palmisano deceduta nel lontano 1740.

Non più adibita al culto, per molti anni restò nel più completo abbandono e fu utilizzata per custodire le statue dei “ Misteri”: statue di pregevole fattura che si portavano in processione soltanto il Venerdì Santo. Ogni anno, in questa sacra ricorrenza il percorso processionale del Venerdì Santo comprende questo piccolo “Largo” al quale si accede da uno strettissimo vico proveniente da Via Immacolata.

Recentemente il Parroco della Chiesa Madre, Don Pierino Galeone, avendo avuto sempre a cuore le sorti di questa antica e suggestiva Cappella, ha realizzato lavori di restauro riportandola all’antico decoro e restituendola alla venerazione del popolo.

Attualmente è curata dai Confratelli della Congrega del Santo Rosario, i cui aderenti allestiscono il Giovedì Santo un “Altare della reposizione” (da sempre noto come “Sepolcro”), inserendo questo suggestivo luogo nel percorso delle Visite a Gesù Eucarestia alternandosi alla preghiera e all’adorazione.

Il Venerdi Santo, invece, durante la processione dei “Misteri” ,la statua di Gesù Morto passando davanti alla Cappella, sosta qualche momento in segno di saluto
verso La Mamma, mentre il corteo processionale riprende il suo percorso storico, rimasto immutato nel tempo.

Altra antica tradizione che vede protagonista la Cappella della Madonna della Croce riguarda l’effige della Vergine Maria. Ogni anno e da un tempo che è difficile datare, alla vigilia dell’Ascensione, la statua della Madonna della Croce viene prelevata dai fedeli e dal sacerdote, e condotta nella Chiesa madre, dove resterà fino alla messa vespertina della solennità dell’Ascensione. Dopo la Messa, infatti, tutto il popolo di Dio presente alla celebrazione si reca in processione, e tra canti mariani e la partecipazione corale e festante, riconduce l’illustre “ ospite” nella sua dimora, e lì vi resterà fino al prossimo anno.

Osservando questa meravigliosa effige, balza agli occhi un fatto inconfutabile che riguarda la sua struttura.

Il capo e la corporatura della vergine è di dimensioni poco più grandi delle altre Madonne presenti nella Chiesa madre, e ve ne sono diverse: la Vergine Addolorata, la Vergine del Santo Rosario che si custodisce nella Cappella del Ss. Sacramento (Oratorio) e la Madonna del Popolo, compatrona insieme a San Giorgio Martire, che viene portata in processione in Ottobre.

E’ l’unica statua che è dotata di piedi. Sono visibili anche i sandali in cuoio e la struttura delle dita è perfetta, tanto da lasciare ammirati i fedeli che riescono a coglierne la bellezza.

Le altre statue sono sormontate da una struttura in legno che è ben coperta dal prezioso abito in broccato ricamato, che la copre fino alla base in gesso intarsiato e finemente decorato in oro.

Da qualche anno, animata dai Confratelli del Santo Rosario, l’antica cappella, nel mese di maggio, risuona ancora di preghiere e di canti, con la recita vespertina del Rosario e la famosa e popolare preghiera “Coroncina del mese di maggio” che si attribuisce al beato Bartolo Longo e che tutti recitano a memoria, perché retaggio e devozione dei fedeli di ieri e di oggi!

MAMMA, PAROLA D’AMORE

bimbo-nelle-fasce-2jpg[1]

Mamma, il tempo chiede asilo
allo stupore delle tue pupille
e l’alfabeto attinge
alla ricchezza dei tuoi vezzeggiativi.

Mamma, tu detieni le chiavi
del sole inesauribile,
anche quando, nuvole di pianto solcano il tuo viso
e la casa sprofonda in una nebbia di silenzio.

Mamma, mi donasti un’ infanzia
di pane fragrante, di acqua di fonte,
di uve passite al sole del sud.
Serbo ancora, intatta, l’innocenza
che in giorni lontani plasmasti con le tue mani
avvezze a scalare montagne di fatica.

Mani abili a cucire cieli
per i nostri aquiloni di fanciulle,
per i nostri saltelli alla campana,
nei meriggi assolati, di controra.

Mamma, riaffiora dal video dei ricordi,
il profumo di mirto dei tuoi bucati,
quel candore di percalle e di vigogna
di cui il mio Dash ultrabianco si vergogna.

Tu sai di ninne-nanne e di carezze
di inverni col braciere e di certezze,
di camiciole di tiepida flanella
per rendermi l’infanzia ancor più bella.

Mamma, sei quell’albero frondoso
che agli affanni della vita dà riposo,
e nulla chiede, nulla per sé spera,
solo un sorriso, solo una preghiera.

Mamma, parola d’amore,
sia se detta dal labbro di un bimbo,
sia se detta da un vecchio che muore.

Quale meravigliosa alchimia il cuore infiamma
ogni volta che un figlio chiama, MAMMA.

Ti attende un sole infinito

vetrata

Altissimo e muto
si leverà l’addio
tra le vetrate della Chiesa Madre
dove bambina mi conducevi.
L’inadeguata parola sovrasterà
il campanile amico
quasi a sfidare altezze di cipressi.

Il commiato, madre mia,
io te l’ho dato quand’eri ancora in vita
raccogliendo i tuoi respiri di grano,
i tuoi abbracci di fustagno,
la protezione del tuo amore
che solo alle querce
strappava similitudini.

Ti ho pianto nei giorni
dell’amore impossibile
seguendoti fino alla vetta
più ardua del Golgota
che sapeva anticipare Primavere.

Non temere, madre, oltre quel colle,
che adesso varcherai da sola,
ti attende un sole infinito,
e l’abbraccio di un Dio immortale
che la semplicità della tua vita
saprà vestire con abito regale.

Anna Marinelli

Lu fierru da stiro cu li cravùni

lu fierru da stiro

Poviri nonni nuestri, quanta fatìa onu fattu!
No’ sulu erna a lavà sobbra allu stricatùru, ma po’ erna scè sobbra alla lammia pi spannè, e po’ pi li sce’ ccogghjere, e po’ l’erna a stirà!
Veramente nonci stiràvunu tutti cose!

Si mittèvunu li robbe nn’anti, sobbra na seggia e si li stiràvunu tutti cu li mani,
e po’ li piegàvunu, e li rripàvunu ntra lli tratùri!
Alli lenzuoli, tuesti come scuerpi, li tàvunu nna botta di fierru,
scarfatu cu lli cravùni, o cu la cravunèdda!.

Quannu la cravunèdda si ppannava ti cènnere, scèvunu allu uèrtu e vintulàvunu lu fierru, apiertu,
cu si ripigghjava la fiamma, e spiccia’, quantu prima quera fatia ti pacci!
No vi dicu quannu cateva qualche facidda di fuecu sobbr’alli rrobbe, cè succitèva!!!

il vecchio ferro da stiro

Amici, per la nostra cara Monica aggiungo l’immagine del vecchio ferro da stiro che usavano le nostre nonne!

E come lo usano le nostre mamme!
ricordo del passato

L’orma sul prato ( a mia madre, Gesualda)

Bricioline-sul-davanzale-Val-Gotra-16[1]

L’ORMA SUL PRATO
Ti perderò, quando l’ultimo velo d’ombra
scenderà sulle spalliere delle tue rose gialle.
Io, impaurita da tanto silenzio,
guarderò dalle vetrate
dove cospirarono di briciole i tuoi passeri.

Se sfoglierò le pagine del tempo
la piena dei ricordi
affluirà di nenie antiche
e di favole che un giorno mi narrasti
con fare di teatrante.

Ti perderò,
quando il fiore dei tuoi anni
smarrirà l’ultimo petalo
e a me resterà solo il profumo
del pane mattutino.
Un’ansia irragionevole
frugherà tra le cose passate
per caparre di reliquie.

Quel giorno,
un vento di libeccio
spazzerà l’eco di un canto,
e a guardia del tuo bucato
si leverà il cipresso del tedio.

Crescerà un lenzuolo di muschio
sull’orma che lasciasti nel giardino
e gli amorosi sguardi,
che un giorno germinarono bagliori,
saranno fiaccole spente.

Allora mi perderò,
come chi teme il buio,
come quando bambina ti lasciai la mano,

mi perderò, inciampando nella trama oscura
della tua epigrafe se non risponderai al mio richiamo,
madre.

Quando la Poesia diventa preghiera

mese di maggio

QUANDO LA POESIA DIVENTA PREGHIERA (da: “La Panchina delle Muse”)

La piena dei ricordi affluita nella mia mente si va rivelando sempre più ricca di particolari che, a ben pensarci, risultano vividi e freschi come se il tempo non esercitasse nessun potere corrosivo su di essi.
Ciò rende possibile intraprendere un percorso a ritroso sulla storia dei nomi muliebri in uso nella nostra provincia, causando una felice divagazione nella mia narrazione, che, lungi dall’essere una meticolosa ricerca storico-religiosa, desidera portare poche, semplici testimonianze di una fede popolare che non si è limitata alla sola apparenza, ma ha inciso per lungo tempo nella storia di intere comunità.
“Verso le quindici, col sole di maggio già prepotentemente caldo, mia madre ed io ci recavamo a recitare il Rosario presso la casa di una vicina”. Attraversavamo quel tratto di strada che separava le nostre abitazioni con passo lesto perché l’asfalto era bollente.
Ricordo quel senso di refrigerio che si provava, entrando nello scantinato di Sisina; un interrato adibito ad abitazione dove era stato allestito un piccolo altarino sul quale troneggiava una statuetta della Madonna di Lourdes, quella, cioè, che raffigura la Vergine Maria con il capo coperto dal bianco mantello e dalla lunga cintura azzurra che le cade sull’abito, mentre stringe tra le mani il Santo Rosario in atto di preghiera.
Ricordi olfattivi e visivi custoditi per lunghi anni, e poi accantonati per far posto ad altri avvenimenti importanti della mia vita quali il matrimonio, la nascita dei miei due figli, la morte dell’adorata nonna e la perdita inconsolabile della mia sorella maggiore, a soli quarantadue anni.
Intorno alla Madonnina ricordo un tripudio di fiori profumatissimi.
Le rose abbondavano in tutte le loro più colorate sfumature, e le donne, che si raccoglievano in quell’improvvisata cappellina, facevano a gara per portarne di fresche ogni giorno.
Ma il motivo per cui seguivo volentieri mia madre per la recita del Santo Rosario mi era ancora sconosciuto. Ero troppo piccola per comprendere e valutare il sottile fascino che su di me esercitava l’altissima poesia “pregata” nella meravigliosa Coroncina del mese di Maggio.
Mia madre, Sisina e le altre donne, ritenevano a memoria la bellissima preghiera ed anche io, verso la fine del mese, ne conoscevo quasi tutte le dodici parti.
Alcune strofe mi riecheggiavano nella mente e le ripetevo durante il giorno come il ritornello di una canzone.
Qualche anno più tardi ritrovai nel Canto XXXIII del Paradiso Dantesco parte di quella preghiera che fin da bambina mi conquistò con la ricchezza delle metafore con le quali lo sconosciuto autore della Coroncina adornò la figura di Maria.
Dante, infatti, mette sulla bocca di San Bernardo una preghiera che sigilla il suo capolavoro.
Un inno alla Vergine Maria che è espressione di una apoteosi di gloria verso colei che da creatura umana diviene Madre del Verbo Divino e Corredentrice dell’umanità.

“Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura“

Ed ecco come queste terzine, destinate altrimenti solo alla comprensione di persone colte, inserite nella preghiera di carattere tradizionale, risultino facilmente fruite e consumate sulle labbra delle persone più semplici, anzi, lasciando ,chiari sintomi di innamoramento in coloro che custodiscono nel loro cuore il luminoso seme della poesia.

“Rosa bellissima dei campi di Engaddi,
che di tua modestia – innamorasti il tuo Fattore,
sicché non disdegnò di farsi tua fattura -, l’anima
nostra, povera e sfiorita di virtù, da Te sia decorata
o Regina del Paradiso.”

E ancora sublimi espressioni come queste:

“Giglio illibato e candido, innanzi a cui si arresta
l’alito delle terreni passioni e immacolato
germogli nell’orto dell’Eternità…”

“Cedro maestoso, che spieghi sublime dalle vette
del Libano la verdeggiante chioma, a Te noi
misere e grame pianticelle, leviamo la fronte
umile e vile, e t’imploriamo, o potente Maria.”

Come non restare incantati da questa preghiera, ridondante di liricità; come vasi comunicanti l’una si riversa nell’altra in un’osmosi totale, giacché diviene ardua impresa stabilire dove inizia la Poesia, dove finisce la Preghiera.

Giovanni Sansone

Il fruttivendolo GiovanniGiovanni Sansone

Amici , quando pubblicai nel 2001 il mio libro “L’Oro del tempo” edito da Barbieri Editore- Manduria, mi piacque inserire nel decoroso volumetto le foto di alcuni personaggi sangiorgesi, nell’intento soprattutto di
richiamare in vita personaggi che hanno lasciato una traccia del loro passaggio sulla scena del nostro paese, sia che fossero uomini di alta statura morale e culturale sia che fossero “ultimi” nella scala sociale.
Non sapevo ancora, allora, che questa ricerca si sarebbe consolidata negli anni e sarei approdata ad un vero studio e ad una appassionante ricerca di quelle tipiche figure che hanno popolato il mio paese d’origine, che hanno lasciato l’eco dei loro passi per le strade del centro storico, (vedi di recente Via Maggiore) dove abbiamo scoperto che sia vissuto “diavolo rosso” e “Cusimina ti bacuccu” .
Vanno riprendendo vita uomini e donne operose che la patina del tempo ha sbiadito e sottratto al nostro ricordo.
L’ultimo è Giovanni Sansone tipica figura di popolano tutto d’un pezzo, piccolo sultano nel suo mondo che vendeva frutta e verdura nella Piazza di San Giorgio e che poi andò a commerciare i suoi prodotti anche nella vicina Taranto.
Voce possente e un baffetto malandrino, occhi penetranti, e un fare sbrigativo, Giovanni si portava appresso la sua sposa, una donna che dalle foto gentilmente messe a disposizione del Blog dalla figlia Concepita, si evince bellissima e dalle fattezze opulente tipicamente meridionali.
La piazza San Giorgio dove si svolgeva il mercato quotidiano della verdura e della frutta, quasi sempre fresca di giornata, era popolata da figure che balzano vivide nella memoria e reclamano un posto che si sono meritati di diritto: Lu francaviddese, Maria la fascianese, lu Puzanese, Annina la burraska, Giuvanni Sansone, Paskale ti li cozze e tanti altri che sfuggono all’appello, di cui vi invito a suggerirmi il nome appena ve ne sovviene uno, da me dimenticato.

Amici vicini e lontani

bimbe e catechiste di prima comunione! Bimbe di prima comunione

Carissimi Amici vicini e lontani, ieri sono stata fermata da un signore il quale si è detto cugino di Concepita Sansone, dicendomi che Concepita desiderava mettersi in contatto con me. Senza difficoltà gli ho dato il mio biglietto da visita. Nella stessa giornata mi sono sentita chiamare da una voce gradevole e familiare, il suo accento era familiare, perchè Concepita, nonostante tanti anni di lontananza ha conservato la musicalità della sua lingua di origine.
Ci siamo salutate come vecchie amiche, ho accolto con sincero piacere le belle cose che mi ha detto, i complimenti per il sito, e la sua gratitudine del nostro ricordo verso suo Padre, Giovanni Sansone, Fruttivendolo, di cui Gino aveva fatto riferimento in uno dei suoi amabili interventi.

Concepita mi ha autorizzata a servirmi, a mio piacimento, delle foto che lei ha nel suo profilo di facebook, ed io me ne sono servita a volontà!
Quale è stata la gioia e la sorpresa per me rintracciare in alcune foto nientedimeno che le mie due sorelle, Mimina (Cosima) e Ratina( Addolorata) e Cettina Favale, Anna Di Roma, Franca Cipriano. Ilda Russo…INSOMMA Gli anni e i volti più belli della mia gioventù, e i sorrisi più smaglianti dell’ innocenza di cui ci nutrivamo in quegli anni. Alcune foto di Giovanni Sansone le pubblicherò tra pochi giorni, dedicando a questo indimenticabile personaggio un post tutto suo, così come merita!
Grazie Concepita!

la bambina che ero

Tutto in te è Primavera!

Amici, oggi ho avuto la gradita sorpresa di ricevere dal poeta Mimmo Martinucci una poesia a me dedicata, ispirata dalla foto di me in bicicletta. Con grande pazienza Mimmo ha ripulito e restaurata al meglio la foto, antichissima, scattata con una macchina fotografica che ti faceva foto grandi quanto fazzoletti… Una gioia che voglio condividere con voi! Vogliate perdonare quest’innocente vanità tutta femminile!

Tutto in te è primavera.

Sentore di biancospino
tra siepi di campo.

L’odore di tigli già in fiore
inonda il viale
della stazione.

Sembri l’aurora
che al primo mattino
arrossa le nevi in un lampo
e imperla
i lontani crinali dei monti.

Gli occhi tuoi pronti
e i sorrisi
colpiscono tutti,
improvvisi,
e, in frotte, le rondini in volo
sembrano flutti
di nubi
nel cielo turchino
e un gabbiano smarrito
che plana da solo.

Hai timore che amore ti schiuda
il boccio di rosa
e tu fuggi,
quasi anima ignuda,
con passi lievi e decisi
in cerca soltanto
di ingenui sorrisi.

I fiori, in veste leggera,
ti danzano insieme d’attorno
e, nel viso,
in questa tiepida sera
cullano vaghi pensieri.
Vola bambina di ieri,
giovane donna
domani sarai
e vera.

Dedicata alla adolescente di un’antica foto: LEI si riconoscerà
Spunto da una poesia del Pastonchi