Lettera di Giovanni Carafa sui Mendicanti di San Giorgio Jonico

La casa di Eva SavinoUnì Unà

Amici, è finalmente arrivato il tempo di postarvi questa articolata lettera del nostro concittadino Giovanni Carafa, al quale tempo fa mi ero rivolta per avere notizie di Ciullo.
Intanto per la gioia di Mino vi metto due foto, fanno parte della stessa fotografia, che ho volutamente diviso a metà per ingrandire un particolare del corteo nuziale di Fiora Caffio e Angelo Strada. Mescolato alla folla degli invitati, si può scorgere la figura di Unì Unà con la sua solita coppola! nella prima parte della foto il corteo sta passando davanti a casa di Eva Savino, il cui spazio antistante la casa era ed è ancora sempre adornato di fiori profumatissimi.
Grazie al commento di Mino ed avendo trovato una fotografia ad hoc ritengo di poter pubblicare oggi la bella e lunga lettera del nostro concittadino Giovanni Carafa, colui che fu la mia guida nelle amate cave alla scoperta della tana della volpe… e di altre meraviglie…

ORISTANO, 27 febbraio 2013

Cara Anna,
ti ringrazio dell’affettuoso pensiero rivoltomi con l’ultima tua e-mail. Sai, trovare il tempo per scrivere non è facile. Occorre essere in solitudine e provare ad ascoltre intensamente la propria voce interiore che, credimi non manca, anzi. Il mio amato paese, i miei ricordi sono continui, sono circa diciannove anni che mi accompagnano, mi struggono. Certo la vita va avanti. Se proprio te lo posso confidare, qui in Sardegna, come altrove, non mi sono mai ambientato: è come se la vita per me si fosse fermata lì, a San Giorgio. Molte cose mi sono andate per il verso giusto, amo il mio lavoro, è proprio quello che volevo fare, amo i ragazzi e l’impegno anche etico che comporta l’essere educatore prima che didatta. Vivo in un bellissimo ambiente naturale e sereno, quasi, lontano dal mondo; ho una bellissima casetta e sono circondato da una donna particolare, che amo tanto e che in tanti momenti sa ricondurmi ad un’intimità nostrana della mia famiglia di origine: l’intensa religiosità di mia zia Annina e mia madre, l’animato dialogo sociale di mio padre e, la cosa più sorprendente, l’apprezzamento e la partecipazione intensa ai miei racconti dei più vividi ricordi di infanzia sangiorgese (anni ’60-’70).
A seguito delle mie scelte l’attività artistica è completamente saltata, ma, comunque, fortunatamente la vivo intensamente nelle mie materie d’insegnamento nella scuola d’indirizzo nella quale lavoro. In questo momento è rientrata Rita, che ti saluta calorosamente, e, anche questa lettera deve momentaneamente essere sospesa – è sera, sono le ore 20,06 di martedì 26/02/2013.
Riprendo la lettera oggi 27 febbraio alle ore 20,20; Rita è andata alle prove del coro polifonico a cui è iscritta. Posso proseguire le nostre confidenze.
Ho letto il testo della e-mail del Signor Bisignano del quale in qualche modo penso di conoscere la famiglia originaria, nel senso che suo fratello Angelo è stato un mio compagno di classe di tutta la scuola media. Avevo già avuto modo di notare che in effetti egli è un tuo assiduo lettore. L’indicazione della detta e-mail rende molto difficile il ricordo di questa figura di mendicante per il semplice fatto che sicuramente il Signor Bisignano è più grande di me, forse di 5-6 anni. Io sono del ’56 e i ricordi più intensi di vita paesana risalgono per lo più agli anni dal ’66 fino alla fine del decennio ’70. Certamente, ricordo, quasi come un sogno, che all’ingresso del portone della chiesa di don Pierino (la chiamo così come ero abituato a chiamarla nell’ordinario gergo sangiorgese) alcune domeniche, specialmente in ricorrenza di particolari festività, uno o due mendicanti erano sempre lì, per terra, appunto, a chiedere l’elemosina. Uno di essi certamente era quello che chiamavano, o credo che si chiamasse o , per lo meno lo indicassero genericamento: quìro di jànciulu cuècciulu. Abitava, andando su via Rocca, nella traversa subito dopo la casa del defunto prof. Alberto Rizzo. La casa aveva un ingresso laterale con attiguo uno spiazzo-giardino prospicente pericolosamente su alcune tagghjate comprese tra i retrostanti ortali delle ultime case di via Castriota e quelle della detta via Roccaforzata. L’uomo, era di corporatura minuta, occhi tondi, mento aguzzo, barba ben rasara, il volto profilato, magro; di carnagione chiara e liscia con un accentuato colorito roseo. Personalmente non mi dava il senso del mendicante, perchè nel mio immaginario un mendicante doveva avere un’apparenza malandata e, soprattutto, esse anonimo, cioè non doveva essere conosciuto in paese, non doveva sapersi la provenienza. Anche perchè nella mia coscienza ed esperienza di bambino l’ho visto ad un certo punto comparire improvvisamente a fianco ad un altro mendicante più vecchio e non ben definibile nei miei ricordi, e, comunque, già di consolidata precedente presenza. Questo, sì, che era un mendicante. Ma non saprei. So’ solamente che quello di jànciulu cuècciulu per me è come se avesse usurpato, stesse entrando quasi in concorrenza con l’altro. Di quest’altro, comunque, mi viene in mente una parvenza di barba incolta, riccioluta, parzialmente brizzolata, una giacca grigio scuro leggermenti striata e con delle medagliette e dei nastrini colorati attaccati all’occhiello o al taschino. Nient’altro. Mi viene in mente che forse questo altro mendicante fosse, o per lo meno somigliasse, a Tumàsi Piccìoni quell’uomo che assieme a Carmèlu Picciòni trovavano ospitalità presso Annina la burràscka. Erano, questi ultimi due fratelli(?).
Per quanto riguarda Unì Unà, per quello che ne sappia io, egli non ha nulla acchè vedere con i detti mendicanti; come, penso, ricorderai Unì Unà era un insufficeinte mentale, viveva in via Castriota subito dopo l’inizio della strozzatura della strada dopo la mia comare Rusìna la Ciùcculatera.(moglie di cumpà Giòrgi Marinelli: papà di Risòrtu Marinelli che abita a Via Corsica angolo via Galliano). Era un omone, grasso, di carnagione scura, deforme, avanzava lentamente, strisciando una delle gambe e calzava sempre delle scarpe da tennis, quelle classiche basse bianche e blu. Dava il senso dello sporco, un po’ larciòne, il labbro inferiore un po’ arrovesciato, naso a narici larghe e sempre mocciose. Non si esprimeva se non con qualche parola-frase bisbigliata quasi con un suono sibilante. L’uomo in parola non mi pare fosse dedito all’elemosina. Mi pare vivesse con un fratello, non saprei se appartenesse ai Mingolla. So’ che spesso scendeva in piazza e occasionalmente di pomeriggio si avvicinava al bar De Marco o Brogi e lì i gruppi di giovinastri e anche qualche adulto, si prendevano qualche pizzicàta, lo sfottèvano, lo inducevano ad una auspicabile performance demenziale, così, per aversi qualche malizioso e deprecabile momento di allegria. La solita questione de’ “lo scemo del paese”. Ma anche questa è paesanità, vita vissuta.

Per quanto riguarda l’eventuale autostoppista, quello che tu dici essere di Monteparano, non ha nulla acchè fare con i detti mendicanti. Per la verità sono due persone di Monteparano che facevano l’autostop, uno sistematico e l’altro occasionale che poi, molto probabilmente, è quello che nelle dette e-mail è paventato come mendicante perchè anch’egli insufficiente mentale (…) che si chiamava Jànciulu.
Il primo comparve i primi anni ’70, quasi anch’egli in concorrenza con noi adolescenti autostoppisti che ci recavamo spesso a Carosino o nei paesi vicini a corteggiare ragazze o per il gusto di cambiare aria. Era elegantissimo, in abito bianco o avano di lino, camicia rosa o celeste e cravatta; biondo magro, minuto. Comparso immediatamente nell’enturage autostoppisti; era mal visto per l’avvenuta intromissione nelle nostre innocenti opportunità di spostamento sul territorio. Nel ristretto gruppo autostoppisti dei miei amici questo signore lo chiamavamo “l’autostoppista per eccellenza”, quasi una metafora, un’ironia perchè non si era visto mai che un autostoppista avesse quella impeccabile apparenza . Ai nostri occhi, tra l’altro, si rendeva ridicolo perchè la sua gestualità di richiesta di passàggio si materializzava in una gestualità a mani e braccia aperte imploranti con anche un contemporaneo accompagnamento di qualche accenno di avanzamento-deambulazione quasi un essere trascinato dallo spostamento d’aria dell’autovettura sfrecciantegli davanti; una supplica o una viscosità insistente verso l’anonimo automobilita. Fuori da ogni etica (?) dell’autostop nostrano.

Il secondo, Jànciulu, più che un vero autostoppista era un uomo che, come dicevo, rientrava nella comportamentistica tipica del disturbo mentale. É comparso nel nostro paese per pochissimo tempo, verso la metà degli anni ’70. A Monteparano faceva qualche servigio al parroco che per quanto possibile lo riguardava. Comunque, aveva la famiglia di origine presso la quale viveva. Naturalmente, come sempre in questi casi, il suo portato non permetteva alla famiglia stessa un totale o agevole controllo circa i suoi spostamenti sul territorio. Occasionalmente chiedeva un compiacente passaggio a qualche conoscente di Monteparano che si recava fuori paese.
Era grasso, basso, quasi pelato o comunque rapato; diffidente, malizioso e permaloso anche al minimo incrocio con lo sguardo altrui, pertanto, facilmente indotto alla parolaccia specialmente quando veniva direttamente sfottuto. Non disdegnava di raggiungeva sangiorgio a piedi, forse preferibilmente il martedì, il giorno del mercato settimanale Chiedeva occasionalmente l’elemosina, ma più che altro perchè aveva scoperto che così facendo poteva rimediare qualche soldino per acquistare alcunchè, gelati, caramelle, cioccolatini. La gente del suo paese lo assecondava oppure, anche qui, lo inseriva maliziosamente in qualche artefatta marachella umoristica. Dopo qualche anno è scomparso dal territorio sangiorgese.
Ma, mi sovviene anche, a fine anni ’70, della breve comparsa, in sangiorgio, di un’altro demente, proveniente da Grottaglie ivi molto noto quasi, una mascotte, affetto da sindrome epilettica. Era magro, colorito, capelli ricci e bianchi; sostanzialmente ben tenuto, sempre col sorriso sul volto e in qualche modo ben disposto alle interelazioni personali occasionali di saluto altrui. Chiedeva l’elemosina al volo, di passaggio, così. senza stazionare permanentemente in alcun posto. Spesso si recava anche al mercatino settimanale di Monteiasi. Qui, ho avuto modo di vederlo colto da una crisi epilettica; era spaventoso osservarlo, buttato per terra tra le cianfusaglia di qualche venditore ambulante, cosa tra le cose, e rigidamente arcuato, completamente assente nella coscienza e ignorato dalla gente che forse per paura o anche perchè abituata all’evento proseguiva innanzi confidando nel consueto doveroso intervento degli organi di polizia locale.

Non saprei dire il di lui nome. So solamente che mi inffondeva un’immensa ingenua gioia quando alla mia occasionale richiesta mostrava la sua macchinetta mangiasoldi, naturalmente aspettandosi successivamente una comunque pur minima doverosa elargizione di denaro . La macchinetta era diventata un business; era una scatoletta metallica nera a foggia di bara (chiavùtu) lateralmente fornita di una chiavetta a molla. A richiesta della gente, di solito chi già sapeva dell’happening, oppure di propria iniziativa, l’uomo caricava la molla della detta chiavetta previo collocazione da parte dell’offerente di una monetina metallica da porre in un’apposità sagoma depressa della superficie della scatoletta stessa. Mentre l’offerente attendeva a ciò, contemporaneamente la macchinetta faceva aprire il coperchio della detta scatola-bara, vi compariva, con un movimento lento, uno piccolo scheletro unamo, color avorio, che man mano si sollevava per poi prontamente allungando la mano sottraeva la monetina dell’ignaro offerente richiudendo rapidamente il macabro scrigno, il tutto tra l’improvvisa incredulità dello stesso offerente, quasi in un clima di ingenua beffardaggine per l’ingrata improvvisa ingenua appropriazione indebita. Naturalmente la successiva inaspettata esplosione di riso spontaneo ricomponeva la tacita complicità di entrambe le parti in causa, l’offerente e il mendicante.
Questi sinceri miei ricordi, per te cara Anna. Se mi succederà ti riporterò altre avventure del Carafa adoloscente-giovanotto; credimi, ce ne sono da raccontare; si tratta solamente di questione di tempo per poterlo fare.
Abbracci.

Giovanni.

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5 thoughts on “Lettera di Giovanni Carafa sui Mendicanti di San Giorgio Jonico

  1. bella, molto bella la lettera di Giovanni. è possibile che non lo conosco? siamo coetanei, quasi.
    c’è da aggiunegere a questi personaggi anche “PIRNOCCHILA” (Anna aiutami a scriverlo) il quale mendicava davanti alla chiesa di don pierino e molto spesso veniva confuso con altri. Unì Unà in effetti abitava con il fratello in via tomaselli e apparteneva alla famiglia Strada, la sorella è ancora viva e vive di fronte a cas mia in via rocca. Altro personaggio di quei tempi che girava per il paese in questua era un frate proveniente dalla vicina roccaforzata e della chiesette Madonna della camera era fra Giuvanni il quale a noi ragazzi ci faceva annusare nu pizzicu di tabacco tanto forte da farci starnutire. era conosciuto anche come guaritore di piccoli acciacchi, tanto da venire atteso da molta gente. ricordo che anche il mio caro e compianto dott. caricato ne aveva grande stima.
    i ricordi affiorano poco alla volta e poco alla volta li racconto.
    grazie a tutti voi.

  2. e noi accogliamo i tuoi ricordi come pioggia di schegge di pepite d’oro!!! Grazie Mino!
    la figura di frà giuvanni mi sovviene come un lampo, e mi riporta alla famosa annusata di tabacco, etccci! etcccì!

  3. buongiorno anna, vorrei ricordare: che angelo lo prete( detto iangiulu )andava insieme a cocoi scusate il sopranome, e” veniva a lavorare da noi ,portava con una carrozzella la frutta in piazza. Papa” dato che io mia sorella eravamo ragazze.di guardare se qualcuno ci faceva la corte, lui non ci lasciava di vista e” se qualcuno si avvicinava facendo un complimento, erano botte::::::ma con noi era molto gentile,sai che ogni tanto lo pensiamo?
    persona fedele .e ” affettuosa ingenua,invece( jangilu lu cuecciulo) era molto furbo, la gente le diceva vai a lavorare. lui rispondeva non e” lavoro chiedere l”elemosina????QUESTO E” UN RICORDO COSI”

  4. jancilu cuèccilu era figlio a Maria la fornaia e aveva un fratello di nome Benito? abitavano in via castriota vicino al negozio di Umiltà…confermi Concepita? intanto ti ringrazio di essere passata, queste cose le posso mettere solo sul mio blog perchè su FB la gente non si ferma a leggere le lettere….si và tutti di corsa.
    Bello il tuo commento, vedrai che Mino ci ritornerà sopra ad aggiungere qualche altro particolare.

  5. Cocoi a differenza degli altri non era un mendicante ma un bonaccione di paese.
    lo ricordo molto garbato e protettivo con noi ragazzi. jancilu cuèccilu invece era proprio un mendicante e a volte, ricordo, anche un pò prepotente nel chiedere l’elemosina.

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