Un popolo e il suo santo

poi sono passata sull'Agnini...

IL SANTO PATRONO /Le ragioni di una devozione

Proviamo a descrivere la radicata devozione del popolo sangiorgese verso il cavaliere, martire e santo di cui porta il nome.

Nel ‘600 avvenne un passaggio obbligato, dal rito orientale bizantino a quello latino. Un passaggio che interessò anche la nostra chiesa, ma il Santo Cavaliere era invocato e venerato già da tutta la popolazione.

E finalmente, nel 1891, dopo una fervorosa richiesta del parroco di allora, Don Gaetano Fina, e controfirmata dal Sindaco Cosimo Parabita, la Sacra Congregazione dei Riti concede ufficialmente alla comunità dei fedeli il “Decreto di Patrocinio di San Giorgio”, il «megalomartire».

Ma il popolo sangiorgese, già da qualche secolo prima, riferisce di grazie, intercessioni e miracoli ricevuti dal suo Santo.

SAN GIORGIO Era pregato e invocato per scongiurare pestilenze, siccità, e nubifragi.

Al tempo del brigantaggio, invece, è legato un episodio che Vincenza Musardo Talò narra nella pubblicazione “San Giorgio Ionico: la festa patronale e l’antica devozione a San Giorgio martire”.
Si narra di un miracoloso intervento di San Giorgio nei confronti di alcuni travinieri, che di notte, tornando da Nardò con un carico di merci da vendere alla fiera della festa, vennero attaccati da una banda di briganti.

Messi però in fuga dalla visione del Santo Guerriero che vibrava in alto la sua spada sfolgorante.

Ai festeggiamenti religiosi, infatti, si aggiungeva lo svolgimento di una importante fiera agricola, dove si vendevano sementi, bestiame, attrezzi da lavoro, panieri, cesti, barili, scale e quant’altro.

Anche i crociati nel 1099, giunti davanti a Gerusalemme, ebbero la visione di San Giorgio vestito di una bianca armatura che impugnava una croce rossa e faceva loro cenno perché lo seguissero e conquistassero la città.

Essi allora si fecero coraggio, presero la città e sconfissero i saraceni musulmani.

Ma come avvenne il martirio di San Giorgio? E quando? Abbiamo notizie certe?

Di certo abbiamo solo le vicende del suo martirio, che avvenne sotto l’imperatore Diocleziano nel 303 dopo Cristo. San Giorgio, infatti, martire popolarissimo e famosissimo, per quanto riguarda il culto è poverissimo di riscontri e fondamenti storici.

Si narra nella legenda aurea che l’imperatore romano Diocleziano, per decidere le misure da prendere contro i cristiani, convocò un consiglio di 72 re

Si era saputo che Giorgio di Cappadocia, ufficiale delle milizie, distribuiva i suoi beni ai poveri e si professava pubblicamente cristiano.

All’invito dell’imperatore di sacrificare agli dei pagani, si rifiuta energicamente

Iniziano così le numerose e spettacolari scene del suo martirio.

Giorgio viene battuto, sospeso, lacerato e gettato nelle galere.

Qui ebbe la visione del Signore, che gli predice 7 anni di tormenti, 3 volte la morte e 3 volte la resurrezione.

Ma le torture alle quali Giorgio veniva sottoposto, operavano prodigiose conversioni.

Persino l’imperatrice Alessandra si converte e viene martirizzata

Giorgio risuscita 17 persone e le battezza

Benedice il veleno con il quale il mago Atanasio voleva ucciderlo, e ne annulla gli effetti.

Le sue gesta narrate nella legenda aurea da Jacopo da Varagine, intorno al 1260, ci riporta l’iconografia di un Santo circonfuso di Santità che sfiora la leggenda, consolidandone l’immensa fama di cui gode tutt’oggi.

È sempre avvincente la vicenda umana e cristiana di questo Santo, cavaliere e martire.

Forse nessun altro Santo ha riscosso tanta venerazione popolare quanto San Giorgio, e a testimonianza di ciò sono le innumerevoli Chiese, le città e gli stati che godono del suo alto patrocinio.

Quanto a noi, ci basti sapere che morì per decapitazione, nel 303 a Lidda, per non aver voluto sacrificare agli dei, per non aver voluto rinnegare Cristo.

E’ la storia del nostro paese San Giorgio Ionico, che, ancor prima di essere questa bella ridente e operosa cittadina, si chiamava San Giorgio sotto Taranto, provincia di Lecce

Soltanto nel 1923, dopo l’istituzione di Taranto a provincia, il regio decreto del 2 Settembre 1923 stabiliva il suo nome definitivo: San Giorgio Ionico, distinguendolo così da altri 22 comuni del regno d’Italia che portavano la stessa denominazione

Il nostro paese, secondo una denominazione greca, era un casale, e un antico documento ne riporta l’elenco nominativo di circa una sessantina di capofuochi

Cosa sono questi capofuochi?

Ogni famiglia aveva il suo focolare, quindi, ogni focolare rappresentava una famiglia, composta all’incirca da un minimo di 4 ad un massimo di 10 persone

Si, di dieci, dove per dieci si intendono nonni, genitori, figlie e figlie, giovani e piccoli, e non sempre la vita era facile per queste famiglie i cui componenti erano sottoposti a duri ed estenuanti turni di lavoro nei campi e nelle piantagioni di olive, sotto lo sguardo severo
dei “Padroni”

La popolazione che abitava questo antico feudo nacque dalla fusione di tre casali, quello di San Giorgio propriamente detto, il casale Belvedere, ed il casale Pasone

Il primo documento scritto, come si evince dalla pubblicazione «Comune di San Giorgio Ionico, Cronaca di un quinquennio», nei brevi cenni storici sul nostro comune, leggiamo:
il primo documento riguardante le origini del paese risale al 1173. Nella biblioteca dell’università di Messina vi è un pubblico testamento che attesta tra l’altro questo passo che ci interessa più da vicino:

“Lascio ad Andrea tutto quanto possiedo, dentro e fuori il castello di Taranto, ad eccezione della Chiesa di Santo Martire Giorgio.”

Le origini del nostro paese, però, sono molto più antiche, infatti nel 1900, sul colle Sant’Elia, fu rinvenuto un insediamento risalente all’età del ferro
E non solo! Si sono avuti altri ritrovamenti, presso la masseria feudo, una masseria che puoi ancora ammirare, percorrendo la via che da San Giorgio porta a Roccaforzata.

Lo sviluppo del borgo, comunque, si fa risalire al 10° secolo, quando a causa dei ripetuti saccheggiamenti da parte dei saraceni, alcuni profughi cristiani si stabilirono presso l’attuale Chiesa madre

…e nuove immigrazioni provenienti dalla vicina Albania, si insediarono nel piccolo feudo di San Giorgio, come anche nei paesi viciniori di San Marzano, Faggiano, Monteparano, dando vita ad una piccola albania tarantina.

La popolazione di San Giorgio inizia a crescere rapidamente, grazie a molti immigrati albanesi e a quelli abitanti provenienti dai casali Belvedere e Pasone.

Finalmente, nella seconda metà del 18° secolo con decreto di Ferdinando 4° che limitava i privilegi feudali, e ordinava di scorporare i latifondi, San Giorgio verrà suddiviso in 350 quote e così ebbe inizio la civiltà e la cultura contadina.
Cominciarono a formarsi così le prime famiglie libere dal vecchio retaggio feudale.

Con la coltivazione e gli scambi dei prodotti agricoli, che sarà alla base dello sviluppo economico del nostro paese.

Sarà questo per San Giorgio Jonico il preludio di una crescita civile ed economica, che continua fino ai nostri giorni, ormai inoltrata nella civiltà post-industriale.
( a questo proposito vi voglio raccontare un episodio che non tutti conoscono… )

C’era un latifondista che voleva suddividere i propri terreni in piccole particelle di pochi tomoli di terra, e andò dal notaio a legalizzare questa suddivisione. La terra in questione era situata tra Leporano e Pulsano, e la voleva suddividere in tomoli, ettari…quando però si trovò dal notaio questi gli disse…ma signore, chi vuole che si compri quella terra tutta pietre e sassi? E Quegli rispose: ci saranno pure trenta minchiarili che se la compreranno”
È inutile dirvi amici, che quella terra è ancora soprannominata con questo soprannome.

Dopo la prima e la seconda guerra mondiale, la popolazione sangiorgese fu impegnata a sanare le cicatrici economiche, sociali e familiari inferte alla nostra cittadina e ai suoi abitanti dal conflitto bellico.

Il paese, pur uscendo dalla catastrofe della guerra, cominciò a rialzare il capo, risorse l’agricoltura che era stata fino all’inizio del secolo precedente la maggiore fonte dell’economia locale e familiare, si aprirono i primi esercizi commerciali, si aprì il primo bar, di Aristodemo, poi quella specie di Bar, ma che ancora non aveva tutti i requisiti di un vero bar, di Rusaria la caffettèra, la quale era una donna che si industriava a vendere il caffè d’orzo e all’occorrenza ti preparava anche un paio di once di purga, a seconda delle esigenze del cliente… Rusaria, aveva tutta una serie di misurini, sapete? Di due once di un’oncia e mezza, di un’oncia…l’avventore, se così si può chiamare, andava da lei e chiedeva tranquillamente, “Rusariè, cce mi face do onze di purga”???
E lei, che era del mestiere faceva prima il caffè d’orzo, se lo teneva già pronto lo riscaldava sul fornellino a spirito e ruzzulannu ruzzulannu ti lu tava!
Rusarietta era nientedimeno che la zia di Minichella, che poi sposò il famoso Giuseppe Brogi da tutti nomato Broggio. Infatti il suo bar era comunemente chiamato Lu bar di Broggio!
Nel corso si cominciava a sentire il primo stuzzicante profumo della mortadella che vendeva Cataldino, il quale aveva la mortadella più rinomata di tutto il paese, nonché delle scansie dove erano messe in bella mostra una decina di forme di formaggio pecorino locale acquistate personalmente da lui presso Massaru Custantino, o alla masseria ti la Civitedda, vicina vicina, appena all’inizio di Carosino.

Mentre il paese si ingrandiva aumentavano anche i negozi di generi alimentari, in via Roccaforzata si è forse toccato il Guinnes dei primati di negozi alimentari. E, udite udite, c’erano nientedimeno che due sale cinematografiche, Quella di Piccinni e quella di Baldaro, le cui vestigia in preda all’abbandono più totale si possono ancora rintracciare in Via Lecce.
Ma quello che non tutti sanno e che anche nel palazzo De Siati, vicino alla Farmacia Calò c’è stato un cinema. Oggi, o è il caso di dire ieri, che abbiamo toccato nei decenni scorsi un’ apice di opulenza, di cinema non ne abbiamo nemmeno uno!

Dopo la pubblicazione del Quaderno degli antichi sapori mi sono ritrovata col piccone in mano, col setaccio dei cercatori d’oro, a scoprire le pepite d’oro del passato. E scava scava, con l’aiuto anche di amici che mi hanno scritto persino dall’Olanda, sto tentando di ricostruire le vita e le gesta, e i volti e le voci del passato, di persone che hanno lasciato un loro stigma. Naturalmente, nella storia di ogni paese che si rispetti si sono avvicendati uomini di valore, e poveri balordi, notabili e artigiani, mendicanti e professionisti.
Ambulanti come Giuvanni lu sacristanu che vendeva Lo flitto per le mosche e Cicci ti ‘mbrosiu,che vendeva tutto ciò che poteva avere una specie di merceria ambulante,
da Anciulinu lu mulinaru che raccoglieva tutte le sacchette del grano che si macinava e la rendeva poi in farina. C’erano studiosi e religiosi di grande prestigio come Padre Damiano Venneri e padre Ubaldo Scarinci, il maestro Michele Nesca poi divenuto Direttore didattico alla cui morte gli fu intitolata una costruenda scuola elementare. Il paese ha avuto anche grandi e popolari figure di medici, Angelo De Marco, Adalberto Caricato, Cosimo De Marco.
Quest’ultimo amava esprimersi in dialetto quando andava a visitare un paziente, è famoso quell’episodio dell’influenza che stava contagiando tutto il paese: una volta fu chiamato con urgenza da una famiglia e lui da buon medico condotto si recò presso l’abitazione del paziente e lo trovò febbricitante… appena lo vide esclamò quella frase che è poi rimasta storica ovvero “apri la bocca, esci la lingua! Sì sì, edda ete” cioè E’ Lei, l’influenza!

Un altro episodio simpatico che è assolutamente inedito è quello del Podestà che con alcuni membri del Comitato, all’epoca del fascismo girava per le strade a chiedere l’obolo per la festa, la cosiddetta Nota; difatti quando vediamo girare questi uomini eroici per le strade, ci diciamo fra noi “ ste passa la Nota ti la festa” ebbene in quell’epoca quando la nota con il Podestà arrivò in via Rocca e davanti ad alcune abitazioni i cui proprietari avevano tutti il cognome Tocci, quello chiedeva: e qua chi abita? E quelli rispondevano” Pietru ti paddone “ AH!, diceva Lui, Pietro ti Paddone: passavano più avanti e prima di bussare il Potestà chiedeva agli uomini che stavano con lui; e qui chi abita? Giorgi ti paddone, rispondevano gli uomini, passavano più avanti e quello chiedeva E qui chi abita? E quelli: Giuvanni ti paddone, AH! Giovanni ti paddone..poco più avanti suonarono ad un’altra porta e ancora quello chiedeva: e qui chi abita, e quelli: “qua javita Grazzia di Maturi”, Opperbacco, rispose il Podestà, di la a qua sono maturati finalmente!
Ci sono stati commercianti che hanno cominciato a vendere bicchieri su un carrettino e poi sono diventati una famiglia di imprenditori di grande operosità e fama. Ci sono stati grandi e nobili figure di insegnanti,
come il Professore d’Errico e il Maestro Quaranta, il maestro Azzone proveniente dal vicino paese di Roccaforzata e la maestra Michelina Nesca… che fu moglie del Dott. Cosimo De Marco di cui narravo sopra.

Ci sono state le sorelle Romano da tutti chiamate le figlie di Popola la “Sbunnata”
Le quali sorelle, ambedue nubili… si chiamavano Anselmina e Pippinuccia ma avevano una schiera di fratelli, e gestivano con successo un negozio di tessuti fornendo le tele e i lini più pregiati per il corredo di tutte le fanciulle del paese.

E io ho sempre creduto che il loro soprannome derivava dalla loro ricchezza, credevo che fossero ricche sfondate. Invece no, il loro padre, da bambino, doveva avere sette otto anni, sedendosi sul coperchio fragile di un pozzo, sita alle spalle della Chiesa madre, sprofondò in quel pozzo, fortunatamente povero di acqua uscendone illeso.
portandosi però fino alla tomba e , quel che è peggio, tramandando alla loro discendenza, questo singolare soprannome.

Poi ci furono personaggi strambi, da Ciccillo di Diatora a “diavolo rosso”.
Da Cusimina di Bacuccu a Uni Unà che diceva sempre fazza Ddiu, da Ciullo a Cocoì…persone e anime semplici che sono sopravvissuti agli stenti grazie alla solidarietà di tutto il paese.

Di Ciccillo di Diatora, grazie alle pepite d’oro che vado scavando e grazie all’amico Vittorio, ho saputo un altro bell’episodio che vi voglio raccontare. (se volete ve lo racconto altrimenti concludo)

Bene, amici, queste le notizie di un paese di nome San Giorgio Jonico tra passato e presente, un passato da noi ereditato e di un presente vissuto, ora non ci resta che passare il testimone affinché le nuove generazioni vivano il Futuro con lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno che hanno profuso i nostri padri, nel sentirsi parte di quel tessuto vivente di cui vi ho appassionatamente parlato!

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8 thoughts on “Un popolo e il suo santo

  1. Giusto ricordare anche la bella figura del vecchio medico dott. Cosenza che aveva l’aspetto di Hitchcok, sempre in gessato grigio già alle 7 del mattino. Gli scolari li visitava quasi all’alba per non perdere la scuola. Con grande consolazione sentivo dirgli a mio padre:”E’ sano come un pesce, fallo giocare all’aria aperta. E’ meglio un asino vivo che un dottore morto!!” Il grande vecchio medico aveva capito tutto e per noi sfaticati e svogliati era un vero idolo! Comunque, tanto per gradire, non mancava mai di prescrivere una scatola di Calcium Sandoz “per le ossa”.

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