Archivio | marzo 2013

200° Post su Saporidelsalento

200° Post

AMICI, festeggio con voi il mio 200° Post su questo meraviglioso Sito. Grazie per la pazienza con la quale mi seguite. VI ABBRACCIO FORTE.
La Vostra Anna

Sulle tracce degli “Ultimi”

Amici, la pressante e amorosa richiesta del Nostro Amico Luigi che chiedeva notizie di alcuni degli Ultimi del nostro paese, onde poter rendere loro un doveroso ricordo e magari rintracciarne le dimenticate tombe, ha fatto sì che io sguinzagliassi i miei segugi nella ricerca di qualche traccia che rendesse possibile questo nostro doveroso omaggio.
Mi è pervenuta dall’Olanda una missiva di Prisco Carafa ed è tanto fitta di colorite espressioni e commosse rimenbranze che ho ritenuto doveroso e interessante anche per voi leggere quanto mi scrive.
Per poter arrivare a comporre una pagina su questa indimenticabile figura, coglieremo insieme quanto risulterà utile a farne un ritratto organico e, quanto più possibile, completo.

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 corrispondente dall'Olanda, Prisco Carafa

corrispondente dall’Olanda, Prisco Carafa

I miei ricordi di Ciullo. pag2</aCiullo pag.3</aCiullo pag.4

Pane fritto

fette di pane frittepane fritto

Vagnu’, vi ricurdate ca na vota quannu la mamma fricèva li purpietti, po’ intr’a quir’oglio fricèva puru nu paru ti fedde di pane??? A me m’ha vinutu nu picca askuatu, ma vuje mittiti muètu!

TRADUZIONE PER MONICA!
Ragazzi, vi ricordate quando una volta la mamma friggeva le polpette e alla fine friggeva anche qualche fetta di pane? Io ci ho provato ma le fette sono venute un po’ troppo rosolate, ma voi, se le volete fare, metteteci un pò più di attenzione.!

le “mattre” di San Giuseppe

Mattre di San Giuseppe, Lizzano

Mattre di San Giuseppe, Lizzano

Il 19 marzo, festa liturgica di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, si rinnova il miracolo della devozione a questo santo miracoloso e benefattore dei poveri.
Nei nostri paesi di area jonico-salentina, come per Sant’Antonio e per San Francesco De Geronimo (che ebbe i suoi natali nella città delle Ceramiche, ovvero Grottaglie,) i devoti preparano quintali di pane di diverse forme e li portano in chiesa, dove a Messa terminata o anche alla spicciolata, dipende dalla disponibilità dei sacerdoti, si benedicono ceste smisurate di pane da distribuire ai fedeli presenti alla funzione o al vicinato o ai poveri comunemente noti in paese.
Agli inizi del secolo scorso molte erano le famiglie che mantenevano viva questa bella e lodevole usanza devozionale. Poi la cosa è andata via via scemando, in quanto con l’avvento dell’era industriale si venne ad instaurare un lieve progresso e si poté godere di un benessere maggiore di quello fatto di ristrettezze dal quale si usciva, dopo la devastante guerra.
Nei paesi del tarantino, come San Marzano di San Giuseppe, Sava, Monteparano, Lizzano, Grottaglie e San Giorgio, la festa era molto sentita. Fin da qualche giorno prima le donne preparavano le tagliatelle, dette “Massa” o anche “Sagna” tagliata un po’ più larga di quella che si prepara solitamente per il pasto famigliare.
Quando usciva la processione si disponevano le madie,”la spinnilatòra” sull’uscio delle case e si teneva la caldaia sempre in ebollizione, pronta per calare la pasta all’approssimarsi del Santo. In larghe “frizzalòre” si versava generose quantità di olio d’oliva e si faceva sfumare, si rosolavano alcuni spicchi d’aglio e si inserivano alcune acciughe sotto sale, accuratamente dissalate, si versavano grosse manciate mollica di pane sbriciolato abilmente con gesti rotatori tra i palmi delle mani, e si otteneva una salsetta saporita e croccante, qualche peperoncino forte completava il condimento di questa pasta irripetibile.
Negli anni di cui vi racconto non esistevano i piatti di carta o di plastica, le persone uscivano da casa con la forchetta in tasca!
Non era vergognoso calare e assaggiare la massa rizza, alla stessa spinnilatòra, (in altri paesi detta “mattra”) alla quale attingeva il povero, e di poveri che banchettavano gratuitamente, in quel giorno santo, ve n’erano davvero tanti.

Al tramonto, qua e là in vari punti del paese si accendevano falò,( Fucarazzi a San Giorgio, Fòcre a Grottaglie e altri paesi di area tarantina). I bambini e gli uomini si adoperavano nella disposizione e nell’accatastamento delle fascine da bruciare:
( fascini di saramiènti, stozze, cippuni, pali ti li vigne,stroma e otre cose).
I vecchi osservavano da sopra i limmitàri (soglie) delle case, non mancando di far giungere agli “organizzatori” i loro consigli…(”sotta sotta mittiti li stozzi, sobbra mittiti la stroma… “ancora mi pare di udire cumpà ‘ntonio Moscatelli, dare disposizioni ai loro figli, miei vicini di casa, di quella strada antica di Via Castriota.
Il falò si accendeva ad un’ora convenuta, e quando la fiamma calava un po’ uscivano le donne, e i vecchi e si sedevano con le loro sedie di paglia attorno al fuoco. L’aria di marzo in quella data è ancora frizzantina, i vecchi si scaldavano il volto e le mani ma le spalle provavano la carezza del fresco serale. Allora le donne andavano a prendere qualche fisciùlu (copri spalle)e qualche manticedda e le mettevano addosso ai vecchi. Si arrostiva qualche fetta di pane (che allora si chiamava “fedda rossa”) qualche lampascione, cipodda e, qualche patana e cominciavano i vari “amarcord”.
Si bbiveva lu vinu, ognuno usciva il suo cucco, un piccolo orciuòlo di ceramica dal collo stretto, che serviva a centellinare il nettare prezioso e ad assaporarne i pregiati retrogusti.
E mentre scrivo mi accorgo che le mie parole passano dall’italiano al dialetto, in un’ amalgama che può disorientare il lettore, ma non so porre freno alla fiumana di ricordi che mi assale e trovare una formula unica per narrare i ricordi non è sempre facile. Se qualcuno vorrà farmi un appunto è libero di farlo!
Poi, via via che il fuoco si abbassava e sminuiva la sua aggressività i ragazzi giocavano e si sfidavano a saltare quell’ostacolo tanto affascinate e suggestivo.
Le mamme, prima di ritirarsi in casa prendevano il braciere per raccogliere un po’ di quel fuoco benedetto, che veniva raccolto da chi aveva organizzato la pira mediante una lunga pala….
Il braciere, inteso solo nella sua parte di rame, si surriscaldava immediatamente e si ritirava in casa con velocità , dove, nell’intimità delle quattro mura, se c’era un po’ di salsiccia la si faceva cotta alla Brace!
Dopo la festa di San Giuseppe e con l’approssimarsi della primavera, nelle case non si metteva più il braciere: quello di ottone si lucidava e si riponeva in attesa del prossimo anno. Non si accendevano più le stufe, era un segnale sotteso, che scandiva la fine del periodo invernale!

Quando nel mio paese arrivò il GAS, come una conquista di progresso e civiltà, a San Giorgio ci fu un’ordinanza dell’allora Sindaco che vietava l’accensione dei falò lungo le strade del paese.

Encomiabile rimane la tradizione delle “mattre” nei vicini paesi di San Marzano di San Giuseppe (Comune Arbëreshë) e di Lizzano, dove vengono allestite delle tavolate con le 12 pietanze, dodici quanti erano gli apostoli. Tali tavole sono allestite in qualche garage, o nell’ingresso di abitazioni private. Si intronizza la figura del santo o raffigurato da un quadro o da una statua e si pone ben in vista, all’alto, circonfuso di fiori. A gradoni scende questa ricca tavolata dove si dispongono a bella vista i piatti tipici della civiltà contadina quali; fave e verdure, sarde fritte, ceci e massa, ceci e cavatelli, rape e fagioli, rape stufate, taralli, e altri dolci tipici, pane di tutte le forme, carteddate e zeppole, panini dalle svariate forme, quelle che l’estro suggerisce alle devote donne, che si spendono senza stancarsi nell’ allestimento e nella produzione delle pietanze.
La tavola decorativa non si tocca, ma a parte, le famiglie riservano degli assaggini ai visitatori, una piccola degustazione gratuita che si offre a patto che si pronunci una preghiera secondo le intenzioni dell’offerente.
Per poter apprezzare la bellezza di queste mattre, per voi che dimorate lontani da queste terre impregnate di fede popolare e di sinceri sentimenti devozionali, vi posto una foto tratta dal sito Pro Loco di Lizzano, a cui porgo i miei più sinceri ringraziamenti.

La massa rizza

lasagna riccia

lasagna riccia

La massa rizza si cucinava na vota all’annu, lu giurnu ti san Giseppu!
A ci si la puteva ‘ccatta’ allu nigozziu la massa rizza era cu lu ricciu, larga nu tìscitu e mienzu;
a ci no puteva e tineva la farina ti cranu, si faceva la massa fatta a casa, comu tutti l’otri giurni.
Tant’anni fa si faceva na bedda festa a San Giseppu puru allu paisu nuestru, no’ comu quera ti San Marzanu, ma si faceva la prucissione e tanta abbasta!

Li tivoti ti San Giseppu facèvunu li spinnilatore chine ti massa ‘ccunzata cu la muddica ti pane e ‘bbrustulita cu la sarda salata e l’agghja e li mittevunu nant’a casa loru, ti ‘ddo era a passa’ la prucissione e li cristiani scèvunu cu la furcina ‘nzacca e calàvunu tutti ‘ntr’alla spinnilatora…
Lu facèvunu pi divuzzione piccè la massa vineva apprima binidetta.

Quannu stava lu càrcere a San Giorgi, la Commissione ti la festa sceva quarche giurnu prima allu càrcere e si faceva ticere quanta carcerati stàvunu a quiru mumentu.
Ci ni stavunu cincu, sei, uettu, la commissione purtava la massa rizza a tutti quiri ca stàvunu intr’allu carcere lu giurnu ti la festa ti San Giseppu.

La sera po’, quannu asseva la funzione ti la Chiesa, si ppizzicàvunu li fucarazzi
e si cantava “valla valla ti san Giseppu” e si bbiveva lu mieru allu cuccu!

——-Tratto dal Mio “QUADERNO DEGLI ANTICHI SAPORI”——-

La vaccaredda!

la vaccaredda

Il nome è già tutto un programma e descrive bene ciò che la voce del popolo definiva VACCAREDDA
La “vaccaredda” era un piccolo panetto di pane a ferro di cavallo al quale la cottura conferiva la forma di due mammelle di Mucca. Solitamente la famiglia benefattrice, quando settimanalmente faceva il pane, faceva anche un piccolo panetto di questo formato da donare a un vicino di casa povero. Oggigiorno anche il famoso pane di Altamura possiede questa forma, come una mezzaluna ripiegata su se stessa, ma la dimensione della pezzatura, ovviamente, è molto più grande di quella pagnotta odorosa e fragrante, che le persone dolci di cuore donavano a chi se la passava male.
Andando ancora in profondità devo aggiunere ancora un particolare molto affascinante a quanto detto sopra: ho scoperto stamani, quando sono andata a “ordinare ” questo pane dal formato extra alla mia fornaia di fiducia, suo marito, non solo conosceva questa usanza ma mi ha fornito una notizia davvero interessante: La “vaccaredda” si portava anche al genitore o a uno dei genitori rimasto vedovo/a, e si intendeva con questo gesto ripagare la mamma o il papà del latte che avevano donato alla figlia quando era piccola, durante l’allattamento. Scopriamo così l’arcano di questa forma strana a mò di mammelle e il gesto di riconoscenza verso i genitori che perdurava fino alla loro morte.

Quanto alla fotografia, ECCOLA!!!
fetta di vaccaredda_9189

e poi è stato giocorza assaggiarlo con la ricotta askuante

e poi è stato giocorza assaggiarlo con la ricotta askuante

era assolutamente importante scoprire come sarebbe stato buono con un paio di fette di mortadella

era assolutamente importante scoprire come sarebbe stato buono con un paio di fette di mortadella

o con due pomodori invernali...(pummitòri a pinnulàru)

o con due pomodori invernali…(pummitòri a pinnulàru)