le “mattre” di San Giuseppe

Mattre di San Giuseppe, Lizzano

Mattre di San Giuseppe, Lizzano

Il 19 marzo, festa liturgica di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, si rinnova il miracolo della devozione a questo santo miracoloso e benefattore dei poveri.
Nei nostri paesi di area jonico-salentina, come per Sant’Antonio e per San Francesco De Geronimo (che ebbe i suoi natali nella città delle Ceramiche, ovvero Grottaglie,) i devoti preparano quintali di pane di diverse forme e li portano in chiesa, dove a Messa terminata o anche alla spicciolata, dipende dalla disponibilità dei sacerdoti, si benedicono ceste smisurate di pane da distribuire ai fedeli presenti alla funzione o al vicinato o ai poveri comunemente noti in paese.
Agli inizi del secolo scorso molte erano le famiglie che mantenevano viva questa bella e lodevole usanza devozionale. Poi la cosa è andata via via scemando, in quanto con l’avvento dell’era industriale si venne ad instaurare un lieve progresso e si poté godere di un benessere maggiore di quello fatto di ristrettezze dal quale si usciva, dopo la devastante guerra.
Nei paesi del tarantino, come San Marzano di San Giuseppe, Sava, Monteparano, Lizzano, Grottaglie e San Giorgio, la festa era molto sentita. Fin da qualche giorno prima le donne preparavano le tagliatelle, dette “Massa” o anche “Sagna” tagliata un po’ più larga di quella che si prepara solitamente per il pasto famigliare.
Quando usciva la processione si disponevano le madie,”la spinnilatòra” sull’uscio delle case e si teneva la caldaia sempre in ebollizione, pronta per calare la pasta all’approssimarsi del Santo. In larghe “frizzalòre” si versava generose quantità di olio d’oliva e si faceva sfumare, si rosolavano alcuni spicchi d’aglio e si inserivano alcune acciughe sotto sale, accuratamente dissalate, si versavano grosse manciate mollica di pane sbriciolato abilmente con gesti rotatori tra i palmi delle mani, e si otteneva una salsetta saporita e croccante, qualche peperoncino forte completava il condimento di questa pasta irripetibile.
Negli anni di cui vi racconto non esistevano i piatti di carta o di plastica, le persone uscivano da casa con la forchetta in tasca!
Non era vergognoso calare e assaggiare la massa rizza, alla stessa spinnilatòra, (in altri paesi detta “mattra”) alla quale attingeva il povero, e di poveri che banchettavano gratuitamente, in quel giorno santo, ve n’erano davvero tanti.

Al tramonto, qua e là in vari punti del paese si accendevano falò,( Fucarazzi a San Giorgio, Fòcre a Grottaglie e altri paesi di area tarantina). I bambini e gli uomini si adoperavano nella disposizione e nell’accatastamento delle fascine da bruciare:
( fascini di saramiènti, stozze, cippuni, pali ti li vigne,stroma e otre cose).
I vecchi osservavano da sopra i limmitàri (soglie) delle case, non mancando di far giungere agli “organizzatori” i loro consigli…(”sotta sotta mittiti li stozzi, sobbra mittiti la stroma… “ancora mi pare di udire cumpà ‘ntonio Moscatelli, dare disposizioni ai loro figli, miei vicini di casa, di quella strada antica di Via Castriota.
Il falò si accendeva ad un’ora convenuta, e quando la fiamma calava un po’ uscivano le donne, e i vecchi e si sedevano con le loro sedie di paglia attorno al fuoco. L’aria di marzo in quella data è ancora frizzantina, i vecchi si scaldavano il volto e le mani ma le spalle provavano la carezza del fresco serale. Allora le donne andavano a prendere qualche fisciùlu (copri spalle)e qualche manticedda e le mettevano addosso ai vecchi. Si arrostiva qualche fetta di pane (che allora si chiamava “fedda rossa”) qualche lampascione, cipodda e, qualche patana e cominciavano i vari “amarcord”.
Si bbiveva lu vinu, ognuno usciva il suo cucco, un piccolo orciuòlo di ceramica dal collo stretto, che serviva a centellinare il nettare prezioso e ad assaporarne i pregiati retrogusti.
E mentre scrivo mi accorgo che le mie parole passano dall’italiano al dialetto, in un’ amalgama che può disorientare il lettore, ma non so porre freno alla fiumana di ricordi che mi assale e trovare una formula unica per narrare i ricordi non è sempre facile. Se qualcuno vorrà farmi un appunto è libero di farlo!
Poi, via via che il fuoco si abbassava e sminuiva la sua aggressività i ragazzi giocavano e si sfidavano a saltare quell’ostacolo tanto affascinate e suggestivo.
Le mamme, prima di ritirarsi in casa prendevano il braciere per raccogliere un po’ di quel fuoco benedetto, che veniva raccolto da chi aveva organizzato la pira mediante una lunga pala….
Il braciere, inteso solo nella sua parte di rame, si surriscaldava immediatamente e si ritirava in casa con velocità , dove, nell’intimità delle quattro mura, se c’era un po’ di salsiccia la si faceva cotta alla Brace!
Dopo la festa di San Giuseppe e con l’approssimarsi della primavera, nelle case non si metteva più il braciere: quello di ottone si lucidava e si riponeva in attesa del prossimo anno. Non si accendevano più le stufe, era un segnale sotteso, che scandiva la fine del periodo invernale!

Quando nel mio paese arrivò il GAS, come una conquista di progresso e civiltà, a San Giorgio ci fu un’ordinanza dell’allora Sindaco che vietava l’accensione dei falò lungo le strade del paese.

Encomiabile rimane la tradizione delle “mattre” nei vicini paesi di San Marzano di San Giuseppe (Comune Arbëreshë) e di Lizzano, dove vengono allestite delle tavolate con le 12 pietanze, dodici quanti erano gli apostoli. Tali tavole sono allestite in qualche garage, o nell’ingresso di abitazioni private. Si intronizza la figura del santo o raffigurato da un quadro o da una statua e si pone ben in vista, all’alto, circonfuso di fiori. A gradoni scende questa ricca tavolata dove si dispongono a bella vista i piatti tipici della civiltà contadina quali; fave e verdure, sarde fritte, ceci e massa, ceci e cavatelli, rape e fagioli, rape stufate, taralli, e altri dolci tipici, pane di tutte le forme, carteddate e zeppole, panini dalle svariate forme, quelle che l’estro suggerisce alle devote donne, che si spendono senza stancarsi nell’ allestimento e nella produzione delle pietanze.
La tavola decorativa non si tocca, ma a parte, le famiglie riservano degli assaggini ai visitatori, una piccola degustazione gratuita che si offre a patto che si pronunci una preghiera secondo le intenzioni dell’offerente.
Per poter apprezzare la bellezza di queste mattre, per voi che dimorate lontani da queste terre impregnate di fede popolare e di sinceri sentimenti devozionali, vi posto una foto tratta dal sito Pro Loco di Lizzano, a cui porgo i miei più sinceri ringraziamenti.

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10 thoughts on “le “mattre” di San Giuseppe

  1. domenica mattina io e mia moglia abbiamo preparato la massa rizza e congelata per poterla cuocere oggi, giorno di san Giuseppe. proverò a condirla con il sughetto propostomi da Anna. sicuramente ritorneranno in me i ricordi sopiti per lungo tempo.
    grazie cuginetta.

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