La pentolaccia

Pignate

Tradizione molto sentita in tutta la provincia jonica era quella della “pentolaccia”; infatti per il gioco si utilizzavano vecchie pentole sbeccate o mancanti di uno dei due manici. Il giovedì di mezza quaresima giovani e fanciulli si davano appuntamento negli ortali delle case per rompere i recipienti di creta, che venivano riempiti di noci, fichi secchi, mandarini, castagne del prete, lupini, fave e ceci arrostiti e, col passare del tempo, anche di caramelle e cioccolate. Così riempita la pignata veniva appesa ad un paio di metri da terra e il partecipante al gioco, estratto a sorte con la conta, bendato e munito di un bastone, doveva cercare di romperla. Aveva a sua disposizione soltanto tre tentativi per riuscire a rompere la pentolaccia e trovare il premio, mentre attorno a lui si faceva di tutto per disorientarlo allontanandolo dall’ambito obiettivo. La pentolaccia però non sempre custodiva al suo interno un piccolo tesoretto di leccornie: ma anche sorprese di vario genere: come acqua, farina o coriandoli di carta, con grande disappunto del giocatore e delle giocatrici, per il divertimento dei più piccini. Questa usanza era un pretesto per ritrovarsi, cantare, ballare e mangiare focacce, taralli, frittate e bere un sorso di buon vino.

L’aranciata, se c’era era fatta con le cartine e la fialetta di colorante, poi messa all’indice, e la coca-cola(per fortuna), era ancora sconosciuta.

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