befane e bambole

bambola- foto dal web

bambola- foto dal web

Sono appena trascorsi alcuni giorni dalla festività della befana, o meglio della solennità “dell’Epifania” che ci ha permesso di fare un salto a ritroso nella nostra infanzia, fatta di semplicità e di capacità di stupirci di quanto avveniva intorno a noi. Il fatto sorprendente era che quanto da noi vissuto era moltiplicato, era vissuto, era condiviso da tutti i nostri coetanei, fratellini e sorelline, amici di scuola e vicini di casa.
La semplicità della straordinarietà o viceversa, ecco in cosa consiste il bagaglio dei nostri ricordi.
L’evento “befana” era unico ed atteso con grande partecipazione dai bambini, alimentare l’attesa era poi compito degli adulti.
Il regalo sotto l’albero di Natale è una usanza abbastanza recente, di trenta, quarant’anni fa.
Non aspettavamo regali per Natale, ma una calza piena di mandarini, confetti ricci (prelibatissimi) qualche monetina di cioccolata rivestita di carta dorata, qualche pezzo di liquirizia, una scatolina di giuggiole alla menta.
Aspettavamo la notte piena di magia che da sempre si chiamava “ befana”.
Quanto ci pesava andare a letto ad una certa ora, in attesa del suo arrivo!
L’ansia di ricevere il desiderato regalo impediva alle nostre palpebre di arrendersi al sonno. C’era quasi una sfida a voler far finta di dormire per poter scorgere la sua sagoma, la sua ombra furtiva che estraeva e depositava i regali nella stanza dove dormivano due o tre fratellini: e se avesse sbagliato a posare i doni sopra il lettino giusto?
“E se non mi porta ciò che le ho chiesto?”
“E se mi porterà solo una calza di cenere e carbone?”

Ecco le assillanti domande alle quali urgevano rassicuranti risposte.
Cenere e carbone le “befane”nostrane non ne portavano mai ai loro bambini, fino a quando non fu inventato il Carbone di zucchero, nero sì, ma dolce e dalle forme strane, come se fosse carbone davvero, quello che scoppiettava nei camini delle case.
I maschietti aspettavano cavallucci a dondolo, sciabole e pistole, biciclettine lucenti, vestiti di Zorro o di D’ Artagnan, da poter indossare nel prossimo carnevale.
Ma il top dei top erano le macchinine telecomandate che andavano a batteria esibite subito davanti a casa per fare invidia all’amico che non aveva ricevuto niente, o un regalo di poco conto rispetto al proprio.
Le femminucce attendevano servizi di tazzine per la bambolina, batterie di pentoline in miniatura, camere da letto, bambole in carrozzina e infine, udite udite, le bambole che piangevano e camminavano, dotate di una piccola pila che purtroppo ben presto si scaricava.
Bambole di finissima porcellana con gli occhi che si chiudevano e si aprivano e palpebre mobili dotate di lunghissime ciglia!
Poi arrivò il desiderato Cicciobello, morbido come un bambino vero, nella boccuccia c’era anche una fessurina nella quale si introdiuceva anche il ciucciotto, una volta scaricato il contenuto del ciucciotto, premendogli un po’ il pancino faceva subito la pipì, come un bambino vero.
Nei primi anni 70 le vendite di questo morbidoso bambolotto scalarono tutte le statistiche delle vendite, in Italia e all’estero. Infatti fu necessario costruire anche un Cicciobello cinese e un Cicciobello Nero!

Poi arrivò il tempo di Barbie, la sottile, raffinata elegantissima Barbie, e da quel momento le cose si cominciarono a complicare per la povera befana. Barbie era bella come un’indossatrice, aveva gambe lunghissime, chioma fluente che si poteva persino pettinare, meraviglia delle meraviglie! Barbie aveva con sé tutto un guardaroba
e, pertanto, poteva essere vestita e rivestita, pettinata e truccata, alimentando la meravigliosa fantasia delle bambine, sempre in movimento e sempre ricca di intuizioni. Si poteva vestire la bambola con abiti eleganti per le feste da ballo o con gli scaldamuscoli se doveva andare in palestra a fare lezione di ballo, abiti leggeri per l’estate e caldi e pesanti per l’inverno.
Il gioco delle bambole realizzava un processo pedagogico stimolando sentimenti materni e protettivi importanti per affermare la propria identità e consolidare l’autonomia,
avvicinava la bambina al ruolo che in età adulta avrebbe rivestito, nel maggiore dei casi. Era disdicevole vedere la bambine con i fucili o con le pistole, “era un gioco da maschi” veniva detto loro. Così valeva per i maschietti, le mamme venivano colte da gravi preoccupazioni se i loro piccoli si mettevano ornamenti di tipo femminile, se prediligevano giocare con le pentoline e con le bambole. Questi atteggiamenti erano come un campanello d’allarme che segnalava una possibile propensione verso l’altro sesso.
Il negozio di Pasqualina Caiazzo e il marito Mimino De marco, era un vero paradiso del giocattolo.
Era ubicato nel centro cittadino, verso la fine di Corso Umberto in quel largo che confina con Piazza Asilo.
Le mamme, risparmiando sul già precario salario dei mariti, spendevano qualche soldino per accontentare i figlioletti. Lo facevano volentieri, perché anche se non sufficientemente colte davano il giusto valore e la giusta importanza al gioco.
Comprendevano il concetto di fantasia infantile, e la forza salutare che ne scaturiva e diventava bagaglio di affetti e di esperienze da portarsi dentro per tutto il resto della vita.

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16 thoughts on “befane e bambole

  1. Eccomi qua.
    in ritardo si, ma sempre vigile e attento al blog.
    la descrizione della Befana fatta da Anna è ammirevole e dettagliata. riporta veramente indietro negli anni. da piccolo ho vissuto queste emozioni fino a quando poi svelato il mistero ho perso il gusto o quasi di ricevere i regali. la mia più grande gioia fu nel ricevere la mia prima bicicletta anche se con telaio al femminile, ma poco importava. l’importante era essere felici e aver ricevuto il regalo desiderato.

  2. anche io ho avuto una bicicletta, ma riciclata, prima era stata di mia sorella Ada (ratina), lei era più intraprendente e vivace, io posata e riflessiva, lo sono sempre stata…anche se adesso mi “vulè llivava la capezza ogni tanta” ;-)))

  3. Pingback: befane e bambole | saporidelsalento

  4. Mi piace ricordare le automobiline di latta munite di una chiavetta per “dare la corda” ossia per caricare il meccanismo a molla che le faceva andare per pochi secondi a sbattere da tutte le parti.
    Poi, prima della biciclettina, penso che quasi tutti abbiamo esordito con un bel triciclo che ovviamente si trasferiva da un fratello all’altro (allora erano di metallo, indistruttibili).
    Quanto alla bambola delle femminucce non era forse “LA PUPA”?
    Ancora buon anno a tutti!

    • Luigi carissimo, purtroppo nella mia famiglia non abbiamo avuto fratellini, noi eravamo tre sorelline, e le bambole, ma prim’ancora “le Pupe di pezza”, ce le passavamo l’un l’altra, ma è bello che tu ci abbia ricordato quelle automobiline con ” la corda” ovvero caricare il meccanismo si diceva in genere” dare la corda, o caricare la corda”, anche per gli orologi non analogici, naturalmente, si usava questa frase. Da te e da Mino vorrei sapere come si chiamavano i fucili caricati col tappo e la cordicella… ne ha parlato il prof. Carone la settimana scorsa…

  5. NON potrò mai dimenticare, quante befane belle ho avuto. La mia mamma ogni anno m’ incantava con i suoi regali e io credevo che me li portava la befana,le mie zie ogni anno inventavano delle cose nuove. Una volta ho visto scendere dal camino una culletta con una bambolina meravigliosa .Credevo davvero alla befana. Quando sono diventata grande con la fantasia volevo credere ancora,che bella età.

  6. Diciamo la verità, era così bella e affascinante quell’attesa e quel sogno irreale che abbiamo “voluto” crederci fin quando è stato possibile! Ricordo che avevo quasi vent’anni, sapevo già tutto, ma la mattina mi assaliva una dolce e ingenua curiosità per cui mi aggregavo ai più piccoli alla scoperta dei doni deposti da colei che … veniva di notte (“La befana vien di notte…!).
    Oggi domina la figura di Babbo Natale e temo che i doni, specie quelli tecnologici, non hanno il fascino e la capacità di incantare.

  7. la befana rizza rizza s’è magiato la sasizza……..
    quanti bei ricordi. è certo che ha sempre il suo fascino. anche quest’anno io e mia moglie ci siamo ricordarti di mettere le calze per i nostri piccoli (33 e 27 anni) i quali hanno accettato in lacrime i doni.
    i fucili ai quali ti riferisci, per quel che ricordo erano ad aria compressa prodotta da una molla posta nella canna del fucile la quale faceva poi sparare il tappo di sughero trattenuto da una cordicella. per noi maschietti era l’ OVER THE TOP” dei giochi. una anno, ricordo, che mio papà mi portò dall’arsenale (si usava anche questo) un trenino caricato a molla ma se si metteva una goccia d’olio nella caldaia della locomotiva ecco che all’improvviso sbuffava e fuoriusciva il fumo. un vero gioiello della tecnologia dei tempi..

    • Filastrocca della befana

      “La befana rizza rizza
      s’ha mangiatu la sasizza
      la sazizza era cruta
      la befana cannaruta.

      La befana vien di notte
      con le scarpe tutte rotte
      il cappello alla romana
      viva viva la befana!”

  8. Sono Lino Carone e ciò che ho letto è stato un vero tuffo nella “nostra infanzia fatta di semplicità e capacità di stupirci”. Peccato non averti avuto ospite nella mia trasmissione sulla Befana a Radio Puglia: l’avresti impreziosita con i tuoi ricordi di un tempo quando ci si accontentava di poco, quando noi maschietti eravamo felici di ricevere in dono ” ‘u fucile a fiocchette” che ci dava la possibilità di spaziare con la fantasia, di essere creativi, di inventare storie di film che “rappresentavamo” nel nostro cortile. Tempo di miseria gli anni ’50? Sì, ma anche di alti valori morali che, ahimè, oggi si sono persi o quanto meno attenuati. Un passato che (non me ne voglia Gianbattista Vico con i suoi “corsi e ricorsi storici”) non ritornerà più indietro. BRAVA Anna!!!!!!!

  9. Mi permetto proporre anche al Prof. Carone l’ascolto del brano “Passacaglia” dall’ultimo album di Battiato. Mi pare di poterlo considerare il degno sottofondo ai nostri nostalgici ritorni alla felice adolescenza che ci vide crescere con serena gioia le ristrettezze comuni del tempo.

  10. Approdo con ritardo su questo blog, mi spiace non esserci arrivata prima, per fortuna posso visionarlo e constatarne la ricercatezza, il garbo, ma sprattutto la bravura di Anna Marinelli! Una capacità descrittiva e non solo…dei nostri antichi costumi, ricordi che affiorano…in una mente ormai piena di cose futili che non hanno valore…Grazie Anna! La parte che ho letto di befane e bambole è bellissima! Ora vi farò sorridere: la mia prima bambola, avuta dalla befana, la chiamai Made, nome che mi sembrava originalissimo e bello…immaginate la delusione quando successivamente scoprii che quello impresso sul collo della bambola non era il suo nome ma il luogo di fabbricazione: “Made in Italy”. Troppo piccola per conoscere l’inglese!
    Un abbraccio Anna! Sei una grande sorpresa per me, continuerò a seguire i tuoi lavori!

    • Maria, per me questa tua visita è una gioia grande, perchè tutto oggi si consuma velocemente, tutto è “mordi e fuggi”, nessuno ha tempo di soffermarsi a leggere qualche pagina un pò più impegnativa… mi hai regalato un pò del tuo tempo e te ne sono grata..un forte abbraccio e torna, torna spesso, credo che non resterai delusa!

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