Archivio | gennaio 8, 2013

befane e bambole

bambola- foto dal web

bambola- foto dal web

Sono appena trascorsi alcuni giorni dalla festività della befana, o meglio della solennità “dell’Epifania” che ci ha permesso di fare un salto a ritroso nella nostra infanzia, fatta di semplicità e di capacità di stupirci di quanto avveniva intorno a noi. Il fatto sorprendente era che quanto da noi vissuto era moltiplicato, era vissuto, era condiviso da tutti i nostri coetanei, fratellini e sorelline, amici di scuola e vicini di casa.
La semplicità della straordinarietà o viceversa, ecco in cosa consiste il bagaglio dei nostri ricordi.
L’evento “befana” era unico ed atteso con grande partecipazione dai bambini, alimentare l’attesa era poi compito degli adulti.
Il regalo sotto l’albero di Natale è una usanza abbastanza recente, di trenta, quarant’anni fa.
Non aspettavamo regali per Natale, ma una calza piena di mandarini, confetti ricci (prelibatissimi) qualche monetina di cioccolata rivestita di carta dorata, qualche pezzo di liquirizia, una scatolina di giuggiole alla menta.
Aspettavamo la notte piena di magia che da sempre si chiamava “ befana”.
Quanto ci pesava andare a letto ad una certa ora, in attesa del suo arrivo!
L’ansia di ricevere il desiderato regalo impediva alle nostre palpebre di arrendersi al sonno. C’era quasi una sfida a voler far finta di dormire per poter scorgere la sua sagoma, la sua ombra furtiva che estraeva e depositava i regali nella stanza dove dormivano due o tre fratellini: e se avesse sbagliato a posare i doni sopra il lettino giusto?
“E se non mi porta ciò che le ho chiesto?”
“E se mi porterà solo una calza di cenere e carbone?”

Ecco le assillanti domande alle quali urgevano rassicuranti risposte.
Cenere e carbone le “befane”nostrane non ne portavano mai ai loro bambini, fino a quando non fu inventato il Carbone di zucchero, nero sì, ma dolce e dalle forme strane, come se fosse carbone davvero, quello che scoppiettava nei camini delle case.
I maschietti aspettavano cavallucci a dondolo, sciabole e pistole, biciclettine lucenti, vestiti di Zorro o di D’ Artagnan, da poter indossare nel prossimo carnevale.
Ma il top dei top erano le macchinine telecomandate che andavano a batteria esibite subito davanti a casa per fare invidia all’amico che non aveva ricevuto niente, o un regalo di poco conto rispetto al proprio.
Le femminucce attendevano servizi di tazzine per la bambolina, batterie di pentoline in miniatura, camere da letto, bambole in carrozzina e infine, udite udite, le bambole che piangevano e camminavano, dotate di una piccola pila che purtroppo ben presto si scaricava.
Bambole di finissima porcellana con gli occhi che si chiudevano e si aprivano e palpebre mobili dotate di lunghissime ciglia!
Poi arrivò il desiderato Cicciobello, morbido come un bambino vero, nella boccuccia c’era anche una fessurina nella quale si introdiuceva anche il ciucciotto, una volta scaricato il contenuto del ciucciotto, premendogli un po’ il pancino faceva subito la pipì, come un bambino vero.
Nei primi anni 70 le vendite di questo morbidoso bambolotto scalarono tutte le statistiche delle vendite, in Italia e all’estero. Infatti fu necessario costruire anche un Cicciobello cinese e un Cicciobello Nero!

Poi arrivò il tempo di Barbie, la sottile, raffinata elegantissima Barbie, e da quel momento le cose si cominciarono a complicare per la povera befana. Barbie era bella come un’indossatrice, aveva gambe lunghissime, chioma fluente che si poteva persino pettinare, meraviglia delle meraviglie! Barbie aveva con sé tutto un guardaroba
e, pertanto, poteva essere vestita e rivestita, pettinata e truccata, alimentando la meravigliosa fantasia delle bambine, sempre in movimento e sempre ricca di intuizioni. Si poteva vestire la bambola con abiti eleganti per le feste da ballo o con gli scaldamuscoli se doveva andare in palestra a fare lezione di ballo, abiti leggeri per l’estate e caldi e pesanti per l’inverno.
Il gioco delle bambole realizzava un processo pedagogico stimolando sentimenti materni e protettivi importanti per affermare la propria identità e consolidare l’autonomia,
avvicinava la bambina al ruolo che in età adulta avrebbe rivestito, nel maggiore dei casi. Era disdicevole vedere la bambine con i fucili o con le pistole, “era un gioco da maschi” veniva detto loro. Così valeva per i maschietti, le mamme venivano colte da gravi preoccupazioni se i loro piccoli si mettevano ornamenti di tipo femminile, se prediligevano giocare con le pentoline e con le bambole. Questi atteggiamenti erano come un campanello d’allarme che segnalava una possibile propensione verso l’altro sesso.
Il negozio di Pasqualina Caiazzo e il marito Mimino De marco, era un vero paradiso del giocattolo.
Era ubicato nel centro cittadino, verso la fine di Corso Umberto in quel largo che confina con Piazza Asilo.
Le mamme, risparmiando sul già precario salario dei mariti, spendevano qualche soldino per accontentare i figlioletti. Lo facevano volentieri, perché anche se non sufficientemente colte davano il giusto valore e la giusta importanza al gioco.
Comprendevano il concetto di fantasia infantile, e la forza salutare che ne scaturiva e diventava bagaglio di affetti e di esperienze da portarsi dentro per tutto il resto della vita.

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