Santa Cecilia e le pettole

Il 22 Novembre, giorno di Santa Cecilia, si avverte nell’aria che il Natale è vicino.
Questo giorno è il primo, vero, segnale di tromba che si espande impercettibile nell’aria, eppure lo senti anche se sei sordo!
Se abiti a Taranto, poi, non puoi non sentirlo, perché sia nella città vecchia, sia nel martoriato quartiere Tamburi, sia nel rione più abbandonato come Paolo VI, di buon mattino sarai svegliato dal suono delle pastorali dei compositori locali, Ippolito, Lacerenza, De Benedictis, e la Novena di Paisiello, il più grande tra i musicisti tarantini, eseguite dalle bande che si avvicendano per le strade silenziose e buie fin dalle prime ore dell’alba.
La gente esce da casa alle tre, alle quattro del mattino, perché sa che il tale panificio, la tale trattoria prepara le pettole (dal latino pitta, ovvero piccola focaccia) e le offre gratis alla cittadinanza!
E’ un rito, come pochi altri, al quale i Cataldiani tengono moltissimo, che amano quasi quanto i Riti del triduo Pasquale.
Anche nei paesi del circondario, nei paesi dell’area tarantina come il mio, San Giorgio Jonico, la festa di questa santa, martire del V° secolo d.C. è molto sentita.
In questi ultimi anni si è celebrata questa ricorrenza con diverse iniziative culturali, fatte di musica, di pastorali e di degustazione di vino novello e di pettole, le tipiche frittelle del Natale, molto care alla gente jonica.
Di Musica sacra, sì, perché la tradizione vuole, e il Martirologio romano ce lo dice,che questa Santa sia la protettrice dei musicisti e dei cantori delle “Schola Cantorum”.

Ma veniamo alle pettole, molti infatti accostano la festa di santa Cecilia esclusivamente alla pettole, in realtà queste semplici, umili e gustose frittelle sono solo un simbolo, un gradito simbolo, un campanello che suona nei padiglioni dell’anima, passando dalle pareti gustative e olfattive, che ci annuncia la lieta novella che il Natale del Signore è vicino.

Usanza vuole che le mamme quest’oggi si levino di buon’ ora e impastino la farina con acqua, sale e lievito, e lo lascino riposare qualche ora.
Prima che i bimbi si alzino per andare a scuola la prima “frizzulata” sarà già pronta perchè essi le possano gustare ancora belle calde e fragranti.

Ai miei tempi mia madre le faceva di sera, prima che mio padre tornasse dall’arsenale, condite con zucchero, oppure salate, bagnate di miele o con il vincotto, con il cavolfiore bollito o con piccoli pezzi di baccalà.

Appena aperta la porta si veniva investiti da una folata d’aria impregnata di olio forte, e nuvole di fumo si aggrappavano testardamente al soffitto e al lampadario della cucina fino a infiltrarsi nelle altre stanze accuratamente chiuse.

La casa si affumicava tutta perché la frittura esigeva che l’olio fosse fumante affinché si formasse subito la crosticina dorata. Anzi dirò di più!

Per santa Cecilia si regalavano ai vicini e ai parenti delle bottiglie di olio fresco di molitura, accompagnandole con la frase, “Nà, fatti li pett’li cu l’ogliu nuevu”

Ormai era un rito: mio padre entrava e diceva: “Quanta fumu”!!! E mia madre rispondeva: “Megghju fumu ti cucina ca vientu ti marina” ma poi, appena cominciava a mangiarne qualcuna dimenticava tutto, il fumo, l’odore dell’olio e la fame che si portava appresso dopo una giornata di lavoro.

Oggi le pettole si fanno piccole, tonde come arancini e spesso la pasta interna non riesce a cuocere bene, ma nei tempi di mia madre le mamme tutte, non solo la mia, aprivano con le mani una porzione di pasta e la allungavano, facilitando la cottura della pasta anche all’interno della frittella.

In questo caso esse sortivano anche la magia delle forme: ora una papera, ora un cavallo, ora un coccodrillo, ora un gallo.

E i bambini si tuffavano ricchi della loro fantasia e appagati nella loro golosità in queste grandi coppe di ceramica piene di calde, soffici e gustose frittelle che avevano anche il pregio di aprire le porte al santo Natale.

Sì, perché era Natale sia nelle case dei ricchi che in quelle dei poveri. Infatti, nonostante il semplice tenore di vita e la ristrettezza economica, in nessuna casa mancava un pugno di farina, un orciuolo olio e tanto amore, per le attese pettole di santa Cecilia.

Il rito delle pettole si ripete nei giorni di vigilia, in occasione della festa dell’Immacolata, e per la vigilia di Natale, durante i giorni della Novena al ritorno dalle messe mattinate, e quando ci si ritrova con gli amici a giocare alla tombola nel lungo periodo di feste natalizie.

Sì, perché senza il profumo e il sapore delle pettole il Natale che Natale sarebbe?

13 thoughts on “Santa Cecilia e le pettole

  1. …E le chiamavano dolci dei poveri! E’ vero, erano semplici frittelle di pasta lievitata arricchite con miele da chi poteva e col vincotto (lu cuettu) da chi non poteva. Per tutti era una gioia infinita premonitrice del Natale in arrivo. Ancora grazie alla nostra Anna dalle sorprese inesauribili.

  2. sotto natale anche noi in casa prepariamo le pettole e come diceva Luigi, i tempi sono cambiati e le pettole tagliate a metà e ripiene di prosciutto vanno alla grande tra i ragazzi. io preferisco riempirle con melanzane sott’olio o pomodorini sott’olio preparati durante l’estae a san giorgio. sono una bontà infinita.
    provare per credere.

  3. mia madre spesso nel periodo natalizio le preparava, mi piacevano così tanto, col passare degli anni però la tradizione è andata via via per perdersi. Oggi però che sto riassaporando le vecchie tradizioni e non voglio che vadano perdute mi ritrovo ai fornelli a prepararle per le mie bambine che devo dire preferiscono ad un panino alla nutella le simpatiche e buone pettole assieme a tutte le varietà di pietanze tradizionali sia dolci che salate.

  4. Grazie Anna, ci fai proprio sentire il Natale che arriva! Mia madre le faceva sul fuoco del camino e ancora oggi mi chiedo come facesse a non bruciale! Per la prima volta non le ho fatte lo scorso anno perchè anche mio padre è mancato… però conto di riprendere a farle…senza pettole non è Natale!

  5. Non ho la maestria di mia madre ,la quale faceva uscire con rapidità l’impasto dal vuoto che si forma stringendo la mano a pugno,ma me la cavo col cucchiaio.Le pettole baresi prevedono l’inserimento dalla patata per renderle più morbide e si gustano avvolgendo le nello zucchero e cannella.Buone!

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