raccoglitrici di olive

DONNE, IL CUI VISO …

Donne, il cui viso ricorda antiche tele
chine sulla terra rossastra
riempiono il paniere dei frutti oleosi
che i miti ulivi
lasciano cadere.

Il vento di tramontana
che quasi spacca il viso
soffia sulla stroma
ed esse, chine sul loro bottino,
si accendono il cuore con un canto
una nenia, uno stornello
che pare pianto.

La lunga chioma
stretta in doppi serti
è trattenuta in ampi fazzoletti,
che catturano le briciole di un sole
novembrino.

Il volo degli uccelli
che anelano primavere lontane
fa levare al cielo lo sguardo
che in seguito si perde
dietro un sogno.

Il vento sussurra tra le foglie amiche
parole d’amore dapprima mai udite.
e un dardo di sole ferisce il cristallino sguardo
che incarna innocenze ereditate.

Sulla terra vermiglia, qualche antica conchiglia
emana echi millenari, ed esse le guardano stupite,
che son troppo poco erudite.

Il pane in una tasca e nell’altra il rosario
attendono, celando l’ansia
che l’ave Maria risuoni per l’aria.

E il disco solare, finalmente, discende
e si colora come purpurea gota
che un sorso di primitivo
sottrae alla ruga precoce
che in agguato, del volto
ne vorrebbe ghermire la bellezza

Anna Marinelli 8 marzo 1987

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One thought on “raccoglitrici di olive

  1. Amici miei, vi posto a commento la versione in vernacolo romanesco che mi fece tempo addietro, con mia somma gioia, il poeta Renato Fedi.

    Donne, cor viso c’arricorda li dipinti,
    coricate su ‘sta ‘ntica tera rossa
    cormeno er cestino co’ l’ulive
    che l’arberi ritorti
    lasseno sur campo.

    Er vento de tramontana
    che je scortica er viso
    pare voja strappaje li pormoni
    ma quelle, ‘nchinate a coje l’oro,
    er côre s’ariscalleno cantanno;
    ‘na nenia, ‘no stornello
    ch’arissomija ar pianto.

    Li capelli lunghi
    ‘ntrecciati co’ ‘na corona doppia
    riposeno sotto li fazzoletti
    che riccojeno l’urtimi schizzi
    der zole
    de novembre.

    Er volo de l’ucelli,
    che coreno p’aritrovà ‘a primavera,
    je porta l’occhi ar celo,
    ‘no sguardo che doppo s’annisconne
    drento a ‘n zogno.

    Er vento cala,
    se mette a sussurrà lì tra ‘e foglie
    parole d’ammore dapprima mai sortite
    e ‘na freccia de zole s’enfila ne’ li sguardi
    stracarichi de l’innocenza de li nonni.

    Su la tera rosso mattone, quarche conchijia
    ricconta de tempi lontani mille anni,
    e loro che poco sanno de scola
    le guardeno cercanno de capì.

    Cor pane ‘n tasca e er rosario tra le dite
    aspetteno co’ ‘n’aria corma d’anzia
    che le campane mannino l’ave Maria.

    Finarmente er faccione der zole scenne
    e le guance se coloreno de pesca,
    ‘na boccata de primitivo
    annisconne le tracce de le rughe
    che, come fusse pirata pronto a l’arembaggio,
    der viso vorebbe rubà
    er bello che ce stà.

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