Un prezioso contributo sui nomi nel Tarantino

Madonna del popolo che si venera nella chiesa Matrice omonima in San Giorgio Jonico(Ta)

Ricevo e volentieri pubblico questo prezioso contributo sui nomi che mi perviene da uno dei miei più assidui lettori del Blog.

EXCURSUS ONOMASTICO NEL PASSATO Di Luigi Bisignano

NOMEN OMEN, ossia ciascuno porta il nome “che deve”.
Potevano chiamarsi diversamente Cocoì o Unì Unà? E la vegliarda Cusimina di Bacuccu di Via Maggiore? E Rusulia, e mestu Rucchettu? Impossibile!
Inoltre l’impronta prevalente era data ai nomi da quella profonda e radicata religiosità popolare che per secoli ha voluto imporre ai nuovi nati il carattere della fede dei padri.
Il fenomeno ha maggiormente interessato le femmine cui venivano imposti nomi riferiti alla devozione mariana. La Madre di Dio era venerata tra la nostra gente sotto vari titoli legati alla storia della Redenzione o a vicende miracolose della tradizione sicchè, attraverso lo studio della onomastica si può stabilire l’identità etnoculturale dei nostri luoghi.
Con la tradizione cristiana il nome proprio acquista un vero significato “protettivo”. Il nome del Santo accompagnerà la persona e la proteggerà lungo l’arco della sua esistenza. Festeggerà il giorno onomastico come richiamo del suo legame col protettore e come memento della sua impronta battesimale.
Negli ultimi decenni l’affermarsi dei grandi mezzi di comunicazione ha sconvolto costumi e usanze con decisivi riflessi anche sull’onomastica.
Oggi vengono alla ribalta personaggi dello spettacolo e dello sport che possono influenzare le scelte dei genitori “moderni” (quante Rossella e Melania e quanti Yuri e Lara dopo i grandi films “Via col Vento” e “Il dottor Zivago”!) determinando ondate di nomi propri che esulano ormai dalla tradizione precedente. Quel nome che una volta veniva dalla gloria di un Santo oggi arriva dalle celebrità in voga. A Maria e Antonio si sono sostituiti i più “aggiornati” Barbara, Fabrizio, Gianni, Deborah o Samantha!
Da alcuni ritocchi praticati sul campo traspare il disagio degli incolpevoli portatori di nomi fuori tempo. E’ facile quindi imbattersi in qualche ex ‘Mmaculata o Lalata o Latodda transitate nella più a la page “Imma”.
E’ evidente del resto che una parrucchiera per signora “DA IMMA” ha sgomberato il campo da un’improponibile “DA LALATA” destinata a quasi certo fiasco imprenditoriale!
Una riflessione venata di amarezza ce la propone da par suo l’amico Prof. Cesare Mandrillo, storico pulsanese, a conferma che una considerazione sui nomi propri è argomento che non lascia indifferenti. Sono versi che rendono l’idea con più efficacia di un corposo trattato sul tema.
Sono i nomi Dario,Fabrizio,Deborah,Tamara
di chi nasce aujord’hui.
E ai tempi di Popla “la furnara”?
Le cose, allora, andavano così:
Immacolata, Cosimino,Filomena
S’imponevano per rispetto ai genitori;
poi il modernismo ruppe la catena
ed oggi i nonni, ahimè, son fatti fuori!
Ma io che son malato, e non guarisco,
di tutto ciò che sa di vita andata,
a Christian e a Samantha preferisco
Trifone, Crocifissa e Adddolorata.
Nel campo della religiosità popolare, quelli non più giovanissimi, quorum ego, ricordano tanti frugoletti correre spesso scalzi per le vie del paese vestiti da fraticelli col saio di Sant’Antonio di Padova, il taumaturgo al quale era stata implorata la guarigione del figlioletto. Era frequente infatti che le mamme, in tempi di mortalità infantile elevata, facessero il “voto” al Santo di vestire il piccolo col saio ”a guarigione avvenuta” (verrebbe da dire che anche in questo campo la fiducia è una cosa seria!).
Il voto era a tempo, da uno a più anni, a seconda della malattia. Con la frequenza di tifo, parotiti, pertosse e altre infermità da condizioni igieniche più che carenti, il paese pullulava di questi “munachicchi” o “munacieddi” che, incuranti della sacralità dell’abito indossato, non disdegnavano di mischiarsi ai coetanei in giochi e … monellerie di strada. L’amore materno non badava a spese sicchè i voti biennali o triennali si sprecavano ove al grande Santo sarebbe forse bastata qualche Avemaria!
Poi arrivarono gli antibiotici e migliori condizioni igieniche a fare piazza pulita delle malattie infantili e dei frequentissimi foruncoli (che fine hanno fatto? E il nero ittiolo?). Il buon Santo padovano fu presto affrancato dalle suppliche materne e i sarti del paese invece dei piccoli sai dovettero dedicarsi a più laiche confezioni.
Che sia detto con tutta deferenza per il Taumaturgo interlocutore privilegiato di mamme e nonne premurose per la nostra salute e per il profitto scolastico sempre borderline!
L’amore che portiamo, comunque, a quel contesto umano per molti versi irripetibile, richiama alla nostra memoria tanti nomi che abbiamo sentito pronunciare e pronunciato nei giorni felici dell’adolescenza. Li ricordiamo con affetto e tenerezza perché da tutte quelle persone abbiamo avuto qualcosa in termini di serena saggezza, di piena dedizione al faticoso lavoro nelle condizioni di vita non facili del primo dopoguerra e con una massiccia emigrazione “in cerca di fortuna” per le vie del mondo.
Dunque, molti nomi sono spariti per sempre. Molti altri mancano all’appello. Essi si sono smarriti nelle profondità dei decenni trascorsi.
Ciascuno di noi tenterà di riportarli alla luce se non altro che per un dovere di riconoscenza verso persone che nei tempi difficili in cui il destino li chiamò a vivere, seppero dare alle nuove generazioni testimonianza di dignità trasmettendoci valori che ancora custodiamo gelosamente.
E perché no, infine, un po’ di affettuosa riconoscenza per quei fratelli e sorelle che vissero con serena accettazione la sorte di chiamarsi Salvatore, Pupulina, ‘Ndulirata e Nunziatina, ‘Mmaculata, Cuncipita e Matalena, Mingucciu, Pascali e Giru?

Luigi Bisignano

12 thoughts on “Un prezioso contributo sui nomi nel Tarantino

  1. come mi piacerebbe ritornare al mio paese e sentire nuovamente le mamme chiamare i propri figli: cosimo, cataldo. giorgio, immacolata, crocefissa, sarina, ratina,saverio.
    i miei genitori dovettero chiamarmi cosimo, come il mio bisnonno e, non saverio come mio nonno paterno, per una tradizione che voleva dopo la morte di due filgi con lo stesso nome, il terzo avrebbe avuto un nome di un avo diverso. mi sarebbe piaciuto moltissimo portare il nome di mio nonno Saverio (Viruddu) ma nello stesso tempo porto con orgoglio il nome di Cosimo (mino) e quando dicono che sa di vecchio non me ne importa perchè il vecchio è meglio del giovane attuale.

  2. Mino, anche se al Nord non si usa, io donna del Sud, ti faccio tanti carissimi auguri per il tuo onomastico!
    Ti ricordi i 5 figli di zia pasana? avevano i nomi dei 5 fratelli santi di cui fa parte il nome di Cosimo. Cosimo, Damiano, Eupremio, Leonzio. e l’altro non lo ricordo.

  3. Anzitutto auguri di buon onomastico al bravissimo amico Mino che ci delizia assiduamente con ricordi di particolare preziosità a dimostrazione di un amore fortissimo per un passato che siamo chiamati a conservare gelosamente.Questo anche per amore verso i nostri avi. Io, figlio di un Cosimo, non ho avuto la forza di chiamare il mio primogenito con quel nome quando si riteneva, negli anni ’60, di dare una svolta a quelle usanze.Mio figlio ha avuto Cosimo come secondo nome. Figuriamoci poi se potevo chiamare la mia primogenita “Pasana” come la mia nonna paterna (è stato mio padre maggiormente a farn e le spese!). Per fortuna mia madre si chiamava Francesca e così ho potuto … salvare la faccia! Ne faccio ammenda anche perchè oggi al nord, dove vivo, chiamarsi Cosimo fà tendenza come suol dirsi.

  4. grazie di vero cuore per gli auguri caro luigi. purtroppo non mi sovviene il ricordo (strano perchè di san giorgio ho conservato volti, voci, odori ed colori) di una tua immagine, forse sei andato via dal paese molto tempo fa. anna ti conosce benissimo e a me farebbe molto piacere fare la tua conoscenza. detto questo, ritorno ai nomi. lo so che qui al nord cosimo fa rima con terrone, ma sinceramente non me ne curo anche perchè nolente o volente son Italiano a tutti gli effetti. ai miei figli ho dato e seguito l’usanze del mio paese: primo figlio come mio padre (buon’anima) pietro antonio; il secondo come mio suocero (buon’anima anche lui) carmine e, il terzo visto che non potevo chiamarlo stellino o jolandino ho preferito chiamarlo modernamente valerio.
    potevo anche andare a pescare dagli avi, ma mi sono fatto influenzare e la sprusciata è compiuta.

    • Mino, non conosco bene Luigi, ma conoscevo le sorelle Sandra e Annamaria, cmq aver ritrovato un mio compaesano e condividere quei sapori, ricordi e profumi di cui parli mi incentiva ad andare avanti e mi pare come se tre vecchierelli si ritrovassero in piazza san giorgio, seduti sulle panchine a snocciolare storie, a ricercare persone, a risentire l’amato idioma, mai dimenticato. Un vero miracolo!

  5. Ho lasciato San Giorgio nel 1961 e l’estate mi reco in vacanza a Pulsano con fugaci visite a qualche amico sangiorgese.Altri della mia comitiva lasciarono il paese chiamati dalle professioni intraprese. Alcuni, come me, rimasero “incatenati” al nord. L’amore per la mia terra ho saputo trasmetterla a moglie e figli i quali non concepiscono altra terra e altro mare e,soprattutto, hanno assimilato alla grande la nostra cucina. Ciò mi consente di addolcire la nostalgia con ottimi piatti perfettamente eseguiti. Mia figlia ha imparato dalla compianta nonna a fare addirittura le orecchiette, i legumi, le polpette, le braciole che deliziano le domeniche anche dei nipotini che mi costringono ad abbondanti provviste di olio, pecorino, cacioricotta senza dire dell’odiata/amata ricotta forte!
    Ringrazio ancora Anna per la grande emozione che mi ha procurato con la vecchia foto della piazza che fu. Rivedo il salone dell’amico Peppino Venneri (spostatosi poi nella parte opposta) e, con vera commozione, l’antica salumeria di Cataldino la cui mortadella non ho mai più assaporato.
    Mia sorella Sandra ci ha lasciato prematuramente e Annamaria si è ormai rintanata in casa piena di acciacchi.
    L’incantevole Lago di Garda, cantato dai poeti tra cui Carducci, Virgilio e Catullo che lo abitò in quel di Sirmione, nulla hanno a che vedere con i nostri sontuosi ulivi, i pittoreschi muretti a secco, le “morre” di pecore, le belle scogliere e la retrostante macchia mediterranea.
    Più l’età avanza e più questi ricordi diventano ossigeno per la mente e per il cuore. Ben vengano dunque le nostre reminiscenze e la voglia di renderne partecipi gli altri.

    • Luigi, quale diluvio di emozionanti ricordi…aspetta a vedere la Piazza tutta per intera, questa parte pubblicata è solo un ritaglio che ho voluto proporvi per individuare la salumeria di Cataldino… grazie per i tuoi commenti che, insieme a quelli di Mino arricchiscono e danno un senso a questo blog.

  6. Gì, non spetterebbe a me dirti bravo, potrei sembrare di parte, ma oggi, grazie al richiamo di Anna, ho potuto leggere il tuo scritto su nomen omen dove, in poche righe, hai scritto un vero trattato di sociologia.Bravo fratò!

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