Archivio | settembre 9, 2012

Primitivo

Vivo nel ricordo dei giorni

dal sapore di pane e acqua-sale

di uve dolci, rosse come rubini

che adornano fanciulle saracene.

Mio padre aveva una vigna

– dal nome buffo,

che strappava sorrisi –

poco più grande di un lenzuolo di lino,

e ne faceva un vino ambìto dagli dei

e dagli artieri

che stavano in città.

Era un sovrano, mio padre,

nel suo podere,

con solo sette filari di primitivo,

e a guardia del suo piccolo tesoro

aveva posto,

per sentinella,

un ulivo.

Mia madre si attardava

a raccogliere acini appassiti

che l’indomani

avrebbe imprigionato

in una pagnotta fragrante

dal vago sapore della felicità.

Mi rivedo avanzare, nel sogno ricorrente,

tra i filari roridi di brina,

tra i tràini ed i tini di uve traboccanti,

e voci di donne tra risate e canti.

Ora che il tempo stratifica memorie,

come cortecce che denunciano anni,

ripenso spesso a quel dito di vino

che riscaldava il cuore

e appannava il bicchiere,

come se fossi ancora piccolina

con i miei cari, intorno ad un braciere.