Archivio | luglio 23, 2012

Lu pane fatt’a casa

LA FORNAIA

Una volta si faceva il pane in casa e si portava al forno pubblico, anzi, veniva una collaboratrice della fornaia a prelevarlo, adagiato su lunghe tavole infarinate e coperto con coperte di lana.

Ai piccoli di casa la mamma (o la nonna) soleva fare un pupazzo di pane detto lu monicu. (il fraticello)

In estate si utilizzava l’uva passita raccolta pazientemente dalle donne durante la vendemmia, per confezionare un prelibato pane cu lli passili o cu ll’alìe nere

La fornaia conosceva le forme del pane di tutte le sue clienti. Ogni pane, infatti aveva un segno di riconoscimento; il segno di un pizzicotto, di un cerchio fatto col bicchiere, la cifra iniziale del nome e del cognome, e talvolta anche del soprannome col quale si era conosciuti e così, meglio identificati.

Il Lavoro della fornaia era duro e consumava la vita. Davanti alla bocca del forno sempre acceso e alimentato con le fascine delle vigne potate (saramiénti) e delle ramaglie degli ulivi (stroma) si spendevano molte energie.

Molte donne vedove esercitavano questo antico mestiere che permetteva loro di vivere dignitosamente e allevare i figli con il sudore delle loro fronti e la fatica delle loro laboriose braccia.

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