Archivio | febbraio 25, 2012

La bambola di pane

bambola

 

bambola-di-panedisegno.jpeg

2014-03-25 la bambola DI PANE - DISEGNO DI lorenzo

Quella mattina mia madre mi svegliò di buon’ ora. Dovevamo impastare insieme la

bambola di pane. Aveva atteso che raggiungessi  l’età della ragione affinché  apprezzassi quel dono fragrante e dorato.

Dovevo assistere alla preparazione, altrimenti non  avrei  riconosciuto la bambola destinata a mutare di forma e di colore a causa della cottura.

“Ecco!”, Disse mia madre… pregustando una sottile soddisfazione.- “Questa mattina giocheremo a costruire una  bambola di pane!”.

Così facendo, staccò dalla massa lievitata, dalla quale poi avrebbe ricavato i pani, una manciata di  pasta quanto una grossa arancia.  Mia madre la lavorò con maestria, muovendo le mani come due farfalle.

La pasta, dapprima ruvida ma ancora calda, divenne ben presto lucida e bianca, ed  emanava un odore particolare.

Come se fosse esperta nell’arte della didattica, commentava ogni gesto prima di compierlo, per facilitarmene la comprensione

“Ora formeremo la testa.” Disse,  schiacciando la pasta e ricavandone quasi un visetto di bambola.

Al posto degli occhi  affondò due grossi chicchi di uva passita,  quindi incise il nasino  con un pizzichino e con un coltello disegnò la bocca con gli angoli rivolti all’insù, ad imitazione di un sorriso. Abbozzò anche una semplice capigliatura, intrecciando delle striscioline di pasta e attaccandole  alla testa, con una lieve pressione delle dita.

“Ora costruiremo  il corpo.” Disse poi, –  infondendomi un interesse ed una gioia che non avrei più dimenticato. Abbozzò un piccolo tronco, al quale aggiunse delle piccole braccia, che  terminavano con ulteriori appendici,  somiglianti  a due mani di bimba. Mia madre spiegò  anche che era inutile  dotarla di piedini, perché quella bambola non avrebbe mai camminato:  essendo di pane, era destinata, prima o poi, a finire nel mio pancino.

Così disse esattamente, rivelandosi abile pedagoga e fugando l’innocente, visibile ,disappunto apparso nei miei occhi. Per molti  anni , amorevolmente, impastò per me  una bambola di pane, anche se non  mi alzai  più all’alba  per vedere come le mani di una mamma compiano magie, al  pari delle fate.

Lei, però, continuò  a lungo quel mirabile esercizio, fino a quando la panificazione del tipo industriale non si diffuse in maniera capillare anche nei piccoli centri come il mio paese, dedito all’agricoltura che era regnata incontrastata fino all’avvento del colosso d’acciaio  chiamato “Italsider”.

Così composta e continuando a darle ulteriori e rapidi tocchi, quasi ad infonderle anima, oltre alle fattezze umane,  la adagiò sulla lunga tavola  infarinata.

Giacché c’ero,  decisi di assistere alla lavorazione del pane,  ed io vidi solo allora con quanta fatica, ma anche con quanta abilità,  lei  formò i grossi pani, che costituivano l’approvvigionamento familiare di una intera settimana.

La mole di pasta scoppiettava sotto le mani di mia madre, la quale usava come fulcro l’interno della mano nel punto in cui si unisce al polso, affondando, a pugni chiusi, il carpo in profondità e risalendo rapidamente. Scandiva il suo lavoro con un ritmo regolare che mi affascinava. Passava, poi, ora la mano sinistra ora la mano destra sulla pasta,  formando  lunghi cordoli di circa mezzo metro; poi sul più bello, voilà, li arrotolava su se stessi imprimendo loro una mirabile rotondità che, finché durò l’innocente stagione dell’infanzia,  paragonai al guscio di una grossa lumaca.

Poi li schiacciava quel tanto che bastava e con amorevole cura adagiava i panetti sulla tavola,  segnando, su ogni pane, un segno di croce col taglio della mano. Suggello di una sacralità ormai da tempo perduta nei riguardi di questo prezioso alimento dell’uomo.

Copriva, poi, come  un figlio addormentato, i pani con una coperta, per non interrompere l’azione degli enzimi contenuti nel lievito, che avevano già operato il primo, sperato, prodigio.

Di lì a poco, la solerte fornaia, avvertita per tempo,  ritirava le tavole del pane da numerose altre case. Realizzando autentici capolavori di equilibrismo,  le fornaie si caricavano le pesanti tavole, accomodandole   ora su una spalla, ora sulla testa.

Qualche ora dopo  restituiva alle famiglie il pane  fragrante, dietro un esiguo compenso che  le bastava per vivere dignitosamente. Molte bimbe, come me, attendevano il loro dorato e  profumato panetto, con fattezze di bambola. Allora, bastava così poco per gustare l’autentico sapore della felicità, che oggi ci si affanna a cercare nelle cose più effimere, invano.